E Bush in Israele cerca il compromesso

Il presidente Bush arriverà domani in Israele, prima tappa di un periplo mediorientale che lo porterà in Palestina, Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi, Arabia Saudita per concludersi in Egitto: il tutto preceduto da un appello di Al Qaida ai palestinesi per ucciderlo. Il che rende un viaggio destinato a portare pace in Palestina ancora più contraddittorio. Se è la prima visita di Bush come presidente in Israele, sarà probabilmente anche l’ultima di una carriera rovinata dalla sua politica mediorientale. È un viaggio in cui si è impegnato a proporre compromessi - creazione di uno Stato palestinese entro il 2008, Gerusalemme, confini, rifugiati, riconoscimento palestinese dello Stato ebraico - su cui il massimo delle concessioni che Israele è disposto a fare è molto lontano dal minimo che i rappresentati palestinesi possono fare senza rischiare la loro vita. Per cui, come nel caso della conferenza di Annapolis, è improbabile che da questo viaggio presidenziale uscirà qualcosa salvo belle intenzioni.
All’albergo King David di Gerusalemme, dove Bush risiederà nella Royal Suite al costo di 2600 dollari la notte, le rimanenti 237 stanze sono state riservate ai principali membri del suo seguito mentre i funzionari americani minori occuperanno 800 altre stanze in alberghi gerosolimitani. Bush incontrerà Abu Mazen a Ramallah, dove un numero imprecisato di agenti della Cia stanno disponendo misure di sicurezza e dove Bush non pernotterà: segni di asimmetria presente a tutti i livelli dei rapporti fra Israele e i palestinesi.
Uno di questi squilibri è rappresentato dal premier israeliano quando lo si confronta con il presidente dell’Autonomia palestinese che poteri reali non ha e rappresenta metà dei suoi concittadini. Olmert, descritto dai media come un leader debolissimo, in procinto di perdere pezzi del suo governo e di essere travolto dal rapporto della commissione Viniograd sulla guerra del Libano, non solo è saldo al potere ma è in grado di opporsi con successo e meglio di molti suoi predecessori ad eventuali pressioni americane. Anzitutto perché Washington non ha altri alleati sicuri in Medio Oriente e in questo momento ha più bisogno di Olmert di quanto questi abbia bisogno di Bush. Poi perché Israele detiene la chiave della crisi nucleare iraniana e della stabilità politica ed energetica internazionale che sarebbe turbata da un attacco israeliano contro Teheran. In terzo luogo Olmert, vituperato in patria e all’estero per non aver saputo vincere la guerra contro gli Hezbollah in Libano, ha tratto benefici da questo conflitto grazie alla protezione che il contingente internazionale ha dato alla frontiera settentrionale di Israele. Sotto il suo governo il terrorismo è diminuito, l’economia è fiorita, l’esercito si sta riformando sotto la guida di un esperto ministro, i contatti coi palestinesi sono stati rinnovati senza alcuna concessione territoriale. Infine il fronte palestinese si è spezzato in Palestina fra Hamas a Gaza e al Fatah in Cisgiordania e all’interno di Israele fra arabi israeliani contrari all’esistenza di uno Stato ebraico e arabi-israeliani che, temendo uno scambio di zone di residenza (specie a Gerusalemme) fra Israele e uno Stato palestinese, incuranti delle accuse di «tradimento», si arruolano nel servizio civile dell’esercito e persino come volontari in alcune sue unità. Tutto questo Bush lo sa e non chiederà a Israele molto di più che l’evacuazione degli insediamenti illegali (cioè creati dopo il 2002) ebraici in Cisgiordania che Olmert (molto lentamente) si è impegnato a eliminare. Il che non metterà fine ai razzi palestinesi da Gaza mentre aumenterà le eliminazioni mirate degli attivisti di Hamas a Gaza e in Cisgiordania, unico modo di rinforzare la vacillante autorità di al Fatah aiutando, forse, a cambiare qualcosa in una regione dove instabilità e assassinio sono elementi permanenti della politica.