E a Courmayeur debutta lo psiconoir

da Courmayeur

Termini come contaminazione e crossover fra generi sembrano essere le parole d’ordine della 19ª edizione del Noir in Festival di Courmayeur (da oggi al 13 dicembre). Tutti i generi e i sottogeneri del noir sono infatti rappresentati nella kermesse affidata ancora una volta all’affiatato team composto da Giorgio Gosetti, Marina Fabbri e Manuela Cascia: si va dal police procedural all’americana al mistery made in India, dall’hardboiled francese al thriller storico tedesco, dalla serial killer story al giallo della camera chiusa, senza trascurare gli ormai fondamentali rimescolamenti con l’horror e la fantascienza. A fare da icone del «Fest» quest’anno sono zombie, avatar, giustizieri della notte, adolescenti killer, guerrieri mutanti, scienziati pazzi, poliziotti corrotti...
Estremamente equilibrato è il mix fra le proposte cinematografiche e televisive e sul piano letterario il Noir in Festival gioca ancora la carta decisiva dell’internazionalità coinvolgendo negli incontri scrittori come James Sallis (presidente della giuria cinematografica), Leonardo Padura Fuentes (insignito del prestigioso Raymond Chandler Award 2009), Juan Madrid, Matt Haig, Tarquin Hall, Jonathan Rabb. In particolare dal programma della manifestazione emerge una nuova tendenza letteraria: lo psiconoir o psicothriller, genere narrativo in cui domina la patologia psichica dei protagonisti delle storie e dove è l’humus psichiatrico a permettere agli scrittori di trovare nuova verve narrativa. Maestri di questo genere possono essere considerati tre scrittori come il tedesco Sebastian Fitzek, l’inglese Jonathan Triggel e il croato Zoran Drvenkar, tutti presenti a Courmayeur.
Sebastian Fitzek ha mostrato la sua predilezione per cliniche per malati mentali, strani casi di ipnosi e maniaci capaci di condizionare le proprie vittime in romanzi ad alto tasso di adrenalina come La terapia (Rizzoli), Il ladro di anime e Il bambino (Elliot) e così spiega il suo approccio alla scrittura: «Nei miei thriller non accadono fatti di sangue. La violenza è soprattutto di natura psicologica e per quello è ancora più profonda. Sono convinto che i misteri più grandi siano profondamente nascosti nell’intimo della psiche umana. Il nostro cervello è come un mare profondo. Forse è l’ultimo posto inesplorato della Terra, pieno di segreti che aspettando essere scoperti. Sono esattamente questi fenomeni che mi ispirano a scrivere i miei psicothriller».
Dal canto suo Jonathan Triggel nel suo Boy A (Isbn Edizioni) ha tratto ispirazione dal celebre caso di cronaca del piccolo James Bulgar che nel 1993 sconvolse letteralmente la coscienza britannica. All’epoca due ragazzini di dieci anni rapirono e uccisero un bambino di soli tre anni e scamparono, solo per motivi d’età, al massimo della pena. Triggel immagina cosa possa succedere a uno di quei due giovani che dopo aver passato la sua adolescenza in prigione si ritrova ad uscire nell’Inghilterra di oggi, apparentemente preservato da un programma di protezione testimoni. «Immagino - racconta Triggel - che le nostre azioni del passato ci rendano ciò che siamo nel presente. Ma siamo anche di più della somma delle nostre azioni precedenti. Un sacco di bambini fanno cose orribili e smettere di essere orribili è uno degli aspetti più importanti del diventare grandi. Di sicuro il minimo che possiamo dire è che un bambino che commette un crimine è meno responsabile di quanto lo sarebbe un adulto: non ha ancora raggiunto la necessaria maturità per quanto riguarda la capacità di ragionamento, l’equilibrio morale... Noi abbiamo solo l’impressione del libero arbitrio: elaboriamo decisioni razionali nella nostra mente, ma quelle decisioni sono già state prese. Quindi in un certo senso, il male è al tempo stesso casuale ed inevitabile».
E che spesso le storie dai forti ritratti psicologici possa subire anche l’influenza dell’inconscio lo ricorda invece Zoran Drvenkar che nel suo Sorry (Fazi) immagina che quattro giovani berlinesi si inventino un’agenzia in grado di porgere il risarcimento scuse a terzi per qualsiasi errore sia stato commesso. Ovviamente ci sono errori che in nessun modo possono essere riparati...: «La trama di Sorry - spiega Drvenkar - è nata da un sogno: io ero uno dei quattro amici che mettono in piedi l’agenzia. Quando mi sono svegliato da questo sogno ero stanchissimo, non avevo nemmeno la forza di accendere la luce, ma mi sono seduto al tavolo con nella penna il nome dell’Agenzia. Delle volte per far nascere un libro basta poco».