E don Benedetto non assolve i liberali da salotto

Torna il saggio del 1919 di Croce sulla famiglia Poerio: le élite
meridionali fecero l’Unità. E poi si squagliarono

Tra i frutti che si indovinano non eccezionali del prossimo centocinquantenario dell’unità italiana, si potrà almeno annoverare la ristampa del volume di Benedetto Croce Una famiglia di patrioti (Adelphi, pagg. 179, euro 13), da troppi anni assente dal nostro catalogo editoriale, fra pochi giorni nelle librerie, accompagnato da una sapiente introduzione di Giuseppe Galasso.

Si tratta di un saggio importante che mette in luce il congiungimento della «patria napoletana» alla più grande patria italiana, nell’arco temporale che va dalla fine del Settecento al 1866, attraverso l’esistenza di Giuseppe Poerio e del figlio Carlo. Il primo, giunto a Napoli dalla Calabria nel 1795, già impregnato della più aggiornata cultura europea, contribuirà alla vittoria della rivoluzione napoletana del 1799, si batterà contro la reazione sanfedista e, dopo un periodo di carcere duro sull’isola di Favignana, inflittogli con il ritorno di Ferdinando di Borbone, divorzierà dall’infatuazione giacobina dei suoi verdi anni per sposare posizioni di moderato costituzionalismo. Il secondo, più volte arrestato dalla polizia borbonica, anch’esso condannato all’ergastolo, concorrerà in prima persona alla trasformazione del Partito liberale napoletano in Partito liberale italiano.

In questo contributo, Croce, fedele alla sua concezione della «storia presente» (presente non per la sua bruta attualità temporale, ma per le sollecitazioni morali, civili, politiche che destano nella sensibilità contemporanea problemi di epoche lontane e lontanissime nel tempo), parlava del passato per riferirsi all’oggi. La biografia dei Poerio, pubblicata per la prima volta nel marzo del 1919, è soprattutto un’impietosa biografia del liberalismo italiano, e particolarmente di quello meridionale, delle sue mancanze, delle sue debolezze, della sua inadeguatezza politica che si rivelavano nell’incapacità di assumere un ruolo egemonico nei confronti di quelle masse che il primo conflitto mondiale aveva proiettato come protagoniste sul palcoscenico della storia.

Non casualmente, Croce, a proposito delle forze politiche che diedero vita al moto costituzionale del 1821, insisteva sulla «intrinseca debolezza» del loro programma «da riportare alla loro origine intellettuale», ossia alla loro formazione illuministica. Da ciò derivava un «tratto, ideologico e non politico che rimase loro caratteristico e che ne chiarisce in più punti la storia ulteriore», destinato a tramutarsi in una durevole limitazione strutturale di forza politica e sociale. Quel partito moderato, continuava Croce, «fin da principio fu un partito che non si originava dall’egemonia reale di una classe o di un potere sociale, capace veramente di dominare, sorreggere, ordinare e indirizzare le altre classi e poteri della nazione».

Esso fu invece un movimento, animato sì da nobilissimi ideali, ma che si «mantenne astrattamente superiore al paese, nel quale gli toccava operare, ora estraneo e ignaro dei problemi reali di questo» e che finì per lasciare sguarnito il campo all’azione di altri uomini: «ultraliberali o democratici o sinistri, che meglio di essi si affiatarono con le plebi».
Nel novembre del 1919, i risultati delle elezioni politiche verificavano con crudele esattezza questa analisi. Quel verdetto delle urne seppelliva le pretese del «partito degli intellettuali» e di conseguenza ridimensionava drasticamente la compagine liberale, umiliata dall’irrompere impetuoso dei nuovi partiti di massa cattolico e socialista, che la sbalzavano dalla sua tradizionale posizione di forza maggioritaria. Si trattava di una vera e propria rivoluzione politica, che un altro liberale, Giovanni Amendola, avrebbe sintetizzato, parlando dell’ascesa irresistibile di formazioni «potentemente organizzate che rappresentano, nel campo parlamentare, i metodi strategici della Grande Guerra».

In quella nuova congiuntura, nasceva infatti il «partito-milizia» e scompariva ogni margine di sopravvivenza «per gli individui e le pattuglie», incapaci di guadagnare il controllo delle moltitudini e «disporre di grandi forze».

Anche di fronte a un altro, più potente, movimento di massa, come il fascismo, il liberalismo italiano perse la sua partita, proprio per la costituzionale incapacità dei suoi ceti dirigenti di attuare un rinnovamento in direzione nazionale e popolare della loro filosofia di riferimento e di trasformarla in un vigoroso «estremismo di centro». A proposito di questo accecamento politico, la primogenita di Croce, Elena, avrebbe coniato nel 1964 il termine di «snobismo liberale», intendendo con quell’espressione la tendenza di una parte di quel ceto politico a prediligere «l’aria chiusa delle serre borghesi» pur di distogliere lo sguardo dal sorgere di quella società di massa che si levava dinanzi ai suoi occhi «come un grattacielo».

È questa un’osservazione che dal secondo dopoguerra a oggi ritrova intatta la sua attualità, dato che il distacco tra le élite meridionali e il loro popolo è stato sempre malamente surrogato dalla comparsa di personalità politiche demagogico-populiste: il «comandante Lauro» negli anni Cinquanta e poi il sindaco-governatore Bassolino che del laurismo ha costituito una semplice versione aggiornata. A tali uomini, quelle stesse élite hanno finito per concedere spensieratamente il loro consenso, perpetuando e aggravando il secolare malgoverno della loro terra.
eugeniodirienzo@tiscali.it