E in Italia c’è chi difende il libro libertario

Negli Stati Uniti i liberali si sentono minacciati, ma intellettuali, editori e think-thank stanno reagendo, tempestivamente, alla montante onda protezionistica, si affidano alle paginate a pagamento dei giornali per dichiarare che non hanno alcuna intenzione di morire keynesiani.
Ma qual è la situazione in Italia e quanto terreno hanno guadagnato le idee liberali in questo decennio durante il quale, prima della crisi, tutti si riempivano la bocca di libero mercato? Quali possibilità hanno di resistere allo tsunami della crisi che spinge molti a ricorrere a schemi neo mercantilisti? Per capirlo abbiamo parlato con Aldo Canovari (fondatore di Liberilibri) e con Florindo Rubbettino (amministratore della omonima casa editrice fondata dal padre Rosario), due editori che hanno fatto del liberalismo una bandiera e che hanno il polso della situazione culturale in Italia.
Entrambi hanno l’impressione che in Italia le idee liberali non siano ancora riuscite a far breccia e che la crisi rischia di rivelarsi un colpo di zappa su una piantina che sta appena iniziando ad attecchire. Secondo Florindo Rubbettino «il vento che tira è un vento preoccupante, la crisi ha smascherato i falsi liberali... Ora che la maschera è caduta mi sembra evidente che le idee liberali siano riuscite a diffondersi nell’editoria e tra i lettori, ma poco in politica... E in fondo sono ancora pochi gli intellettuali che prendono posizione».
Per Canovari «in America i liberali protestano, qui no, ma semplicemente perché l’Italia non è mai stata liberale... E alla minima avversità riscopre se stessa e nega il liberalismo che ha professato a parole». Anche perché, con ottica editoriale il problema è proprio questo, i lettori negli ultimi anni sono aumentati, ma, per usare le parole di Canovari, è mancato «il colpo di reni». Secondo il fondatore di Liberilibri «il cittadino italiano si sente ancora “inabilitato”, vuol essere guidato, ha bisogno di una “chiesa” o di un tutore... Per questo gli editori - io lo faccio da quindici anni - devono inoculare germi liberali con ostinazione pervicace. Dei semi che ho piantato non so quali germoglieranno, ma alcuni spero proprio di sì».
E di nuovo gli fa eco Rubbettino: «Da editore devo dire che la nicchia dei libri liberali e libertari si è enormemente allargata ma siamo lontani da una diffusione di massa e poi i lettori rispondono molto più di quanto faccia la politica... Quello che ancora va fatto è riuscire a far passare l’idea che il liberalismo ha una marcia in più perché difende l’individuo, tutti coloro che hanno talento e non raccomandazioni, il consumatore contro le lobby di potere... Sono queste idee che in Italia non hanno fatto ancora breccia. Si pensa al liberalismo come a una cosa vecchia, prettamente borghese, è sbagliato».
Insomma il «virgulto» è in pericolo nonostante il fatto che dichiararsi a favore del mercato sia stato a lungo una moda. «Il termine - spiega Canovari - era sino a poco tempo fa un utensile linguistico indispensabile, lo usava persino la sinistra marxista o i suoi eredi. Ma tra usare la parola e crederci davvero... Alla prima turbativa siamo tornati indietro... È per questo che a breve pubblicheremo The Revolution: a Manifesto di Ron Paul, l’iperliberista che non è riuscito a vincere le primarie dei repubblicani americani... È un libro che dà indicazioni fondamentali. Non bastano le parole...».
Insomma i liberali italiani non mettono manifesti, ma continuano la loro battaglia certosina, quasi una battaglia cervello per cervello, per trovare un loro spazio. E per certi versi in un panorama dove le difficoltà erano di casa anche prima la crisi potrebbe non cambiare più di tanto la situazione. E poi le crisi vanno prese per quel che sono: «Le crisi - dice Florindo Rubbettino - non sono una patologia del mercato, ma una fisiologia del mercato, e in questo modo vanno affrontate. E il pensiero liberale ha la sua forza nell’essere una dottrina aperta, non monolitica, che dalle crisi impara... Noi continueremo convintamente a pubblicare».