E Kerouac lanciò l’urlò: «Mi vogliono uccidere»

«Uscire con Soldati era uno strazio. Lo riconoscevano tutti e lui dava spettacolo»

«Il mondo è cambiato», ripete Ferruccio Parazzoli, classe 1935, già dirigente editoriale della Arnoldo Mondadori Editore, dove entrò negli anni Sessanta e dove dagli Ottanta ha diretto, per un ventennio, la collana degli Oscar. Cambiato dal 1907, un secolo fa, quando Arnoldo esordì nell'editoria. E dal più di mezzo secolo (1955) che è passato da quando nelle edicole italiane sbarcarono gli Oscar, sinonimi di cultura letteraria alta, ma anche tascabile e popolare. Parazzoli lo incontriamo a casa sua, un ottavo piano in piazzale Loreto. La casa è anche un luogo privilegiato di osservazione del mondo. «Non permetto a nessuno di fotografare la piazza da qui - dice -. Non si sa mai che cosa può succedere». L'intenzione è espressa anche dal protagonista del suo romanzo MM Rossa (2003, Mondadori) il primo di una trilogia che ha questa piazza come filo conduttore geografico e allegorico. È uscito anche il secondo volume L'evacuazione, il terzo è previsto a settembre e s'intitolerà Piazza bella piazza. E parlerà del cambiamento, perché molto, se non tutto, è cambiato, in Italia e nel mondo, negli ultimi sessant'anni. Tra le altre cose, il modo di fare i libri; scriverli, pensarli, pubblicarli. «Se uno segue il lavoro editoriale, sicuramente gli passa la voglia di scrivere», sostiene Parazzoli.
Ci sono tre categorie che sembrano odiare i libri. Gli editori, i critici e i librai. È d'accordo?
«In gran parte è vero. Gli editori, o gli editoriali, non potrebbero vivere senza gli autori e senza i libri. Però il loro è un lavoro stressante, che comporta uno strabismo totale. Un occhio sul mercato, uno, e meno male, sulla qualità letteraria. A parte quei settori dove gli occhi sono sul mercato e basta. Il giudizio editoriale, ancora oggi, è l'unico a esistere. È quella cosa per cui un libro che non è ancora un libro, ma un contenitore, viene trasformato in una valigia con un manico: adesso si sa come prenderlo e dove portarlo».
I critici?
«Poveretti, come potrebbero amare i libri, che sono a loro volta sommersi da una quantità di lavori all'ottanta per cento ripetitivi, inutili, noiosi... Oggi il critico ha nome e fortuna se riesce a dire il contrario di quello che dicono gli altri, se tira fuori dal mucchio, per diritto o per rovescio, un libro e dice: “Questo è il capolavoro della stagione”. Che sia vero o no non importa: quello lì ha fatto il proprio interesse, quello del libro, e quello dell'editore».
E del lettore?
«Massì, anche del lettore. Poveracci, i lettori non aspettano altro che di essere meravigliati, come i bambini: “Sorpresa! Sorpresa! Guarda chi c'è!”».
I librai?
«Io non vorrei mai fare il libraio perché oggi vuol dire avere una specie di supermercato del libro, una gestione attentissima, una continua rotazione della merce; a scapito, ovviamente, degli autori e degli editori, perché, ben che vada, un libro rimane in commercio dai tre ai sei mesi».
Ecco, lei come autore, in questo sistema si sente comodo o frustrato?
«Me ne infischio totalmente. Credo di essere un autore riconosciuto per quel poco che posso essere riconosciuto, e di avere un'identità. Che poi quest'identità sia larga dieci centimetri o tre chilometri, a me non interessa».
Dalla metà degli anni Settanta si è alzata o abbassata l'età media di chi esordisce nella narrativa?
«Se parliamo della narrativa italiana direi che si è abbassata. Però oggi uno a trent'anni, trentadue, è un giovane, allora era un uomo: io avevo quattro figli a trentatré anni, e ho pubblicato dopo i quaranta. Oggi c'è una ricerca dell'espressione giovane molto più di quanta non ce ne fosse un tempo. E poi, come diceva Lalla Romano, tutti oggi sanno scrivere, ed è vero. Mi arrivano mucchi di dattiloscritti. Ma è il gusto generale nei lettori che si è abbassato, e ovviamente negli editori, i quali si devono adattare. Gran parte della narrativa italiana è “dai tetti in giù”, come diceva Balzac. Non possiamo però cavarcela col dire “borghese”, perché la narrativa degli anni Sessanta era decisamente narrativa borghese ed era una grande narrativa proprio perché aveva coscienza di se stessa. Buzzati per esempio era un grande autore».
Quali sono gli autori italiani che varrebbe la pena studiare?
«Dagli anni Quaranta, nel dopoguerra, la narrativa italiana è stata formidabile; c'è solo l'imbarazzo della scelta, ma prendiamo anche soltanto Malaparte, non tutto, ma alcune cose grandissime, Kaputt, La pelle. Poi Moravia, Pavese, la Ginzburg, Primo Levi, è una calca, Gadda,...»
Ma oggi Gadda lo si legge ancora?
«No, credo che a parte Dante Isella nessuno se ne interessi più. Poi c'è il Neorealismo; Pasolini è forse uno dei maggiori scrittori nel Novecento italiano. Petrolio, scoperto soltanto dopo, non finito, lascia sbigottiti per la novità dirompente. Poi c'è la narrativa dei Piovene, dei Buzzati, dei Bacchelli, che viene da lontano ma si è andata sempre più rinomando. E il provincialissimo Piero Chiara: una narrativa, la sua, che più piccolo-borghese non si può, tuttavia è proiettabile su dimensioni enormi, come una tessera che rimanda al tutto».
Come dovrebbe scrivere un giovane che vuole emergere?
«Non so dirlo: adesso si invecchia subito, e se poi a un autore capita la disgrazia - io la trovo una disgrazia - di avere quei successi mastodontici, che poi non sono diversi che vincere la Lotteria di Capodanno, è come se gli fosse cascato in testa un intero palazzo, non sa più come muoversi, e infatti entrano facilmente in crisi tutti questi super inconsci creatori di best-seller».
I suoi maestri?
«Non dimentico Mario Apollonio, che è stato il mio professore alla Cattolica, una persona di una vivacità intellettuale meravigliosa. E Vittorio Sereni, che ha dato per decenni un'immagine severa e alta all'editoria italiana. Non ricordo che abbia mai ceduto a un compromesso».
Un altro intransigente era Vittorini?
«Si sa benissimo. Io Vittorini lo ricordo appunto così: “sì/no”, “bianco/nero”, “bene/ non bene” e “questo va tagliato della metà” e così si faceva. Cosa non sempre giusta a mio parere, però un'idea ideologica della letteratura, e come tale lui la applicava. Vittorini fu uno dei primi che lesse la mia specie di romanzo, e c'è ancora il suo giudizio. Ricordo il suo e quello di Bianciardi».
Pensa che Luciano Bianciardi sia stato dimenticato?
«Bianciardi non è stato rifiutato né dimenticato».
Gli Oscar furono inventati da Arnoldo Mondadori?
«È un mistero. Per quanto mi ricordo fu una cosa come quelle che succedono in editoria: un po' Sereni, Arnoldo di sicuro perché aveva fiuto commerciale. La trovata era quella di portare il libro in edicola; non di fare il libro economico, che c'era già. Il grande rilancio avvenne con Leonardo Mondadori, altra persona che ricordo con grande affetto e amicizia, uno che rischiava per quello che riteneva giusto. Io cominciai a lavorare agli Oscar dalla metà del 1983, lui spese per il lancio, che fu nel febbraio 1984, due miliardi, cifra allora spropositata. Qualcuno inventò lo slogan della “Paperback Generation”. E io ci misi dentro il 30 per cento di novità assolute. Andò bene».
Chi ricorda?
«Lara Cardella, che pubblicai in anteprima negli Oscar: Volevo i pantaloni».
Però anche la Cardella fu un po' miracolata, il successo non si ripeté.
«No, andò calando; siccome era partita altissima, la discesa fu inesorabile».
Com'era la Milano dei letterati?
«Ungaretti girava molto, per Milano, scarrozzato, anche Quasimodo. Da Bacchelli andavamo a cena. Ero molto amico anche di Piero Chiara. Uscire con Mario Soldati era uno strazio, lo riconoscevano tutti, e allora lui faceva spettacolo. Al ristorante lui e Brera facevano a gara a protestare, a criticare tutto, sempre strillando, ma erano divertenti».
E gli stranieri?
«Ho conosciuto Faulkner, Hemingway, Kerouac. Ero innamorato di Sulla Strada. Kerouac, nel 1969, andai a prenderlo all'aeroporto, avvertito dai nostri agenti di Londra che avevano faticato a metterlo sull'aereo. Era piuttosto suonato. Lo portai all'albergo Cavour e chiamai un medico, che voleva fargli immediatamente un'iniezione. Kerouac si mise a gridare come un pazzo, con i calzoni bassi: “Me mata, me mata”. Dopo però quando si calmò era una persona dolcissima. Mi disse che aveva fatto questo tour perché aveva la mamma morente e aveva bisogno di soldi. Poco dopo morì anche lui».
Hemingway?
«Ho il ricordo di uno che ostenta energia. Venne alla sede in via Bianca di Savoia, e si vedeva che faceva di tutto per sembrare di ottimo umore. Faulkner invece, sapendo che c'era il progetto di pubblicargli l'opera omnia, buttò giù a mano a memoria tutto il piano della sua opera, così come doveva uscire, e credo che quel manoscritto esista ancora».
Quest'anno è il centenario della nascita di Buzzati, un importante autore Mondadori. Con lui che rapporto aveva?
«Con Buzzati e Piovene ci conoscevamo, ma erano piuttosto gelidi. Rapporti gentili, cordiali, ma freddi».
Lei non cedeva mai alla tentazione di chiedere dei consigli per sé?
«No, non si faceva. Però sono stato molto amico di Testori e con lui si parlava molto».
Ricorda la polemica di Aldo Busi contro Testori, nei primi anni Novanta?
«Mi ricordo l'episodio ma non mi ricordo cosa gli disse... Busi è un esibizionista, Testori non lo era. Anche in questo il mondo è cambiato».
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