E l’anima dell’America prese il volo

«Nella New York degli anni ’30 ho trovato personaggi dalle grandi qualità epiche»

Una città, come gli uomini che la abitano, vive di simboli. Possono essere i suoi edifici, i parchi che la fanno respirare, i quartieri dove la gente vive o lavora. La sua anima può dormire nelle pietre dei palazzi più antichi o balenare all’improvviso sulle vetrate dei moderni grattacieli. Quando poi la città diventa essa stessa un simbolo, il tutto si potenzia fino a raggiungere una densità incredibile di significati. È il caso di New York, capace di evocare qualcosa di profondo perfino in chi non ci è mai stato. Anche i nomi dei suoi edifici, grazie a innumerevoli film e fotografie, appartengono al vissuto di ciascuno di noi. Le Twin Towers vi sono entrate di prepotenza soprattutto dopo la tragedia dell’11 settembre. L’Empire State Building, invece, ha da sempre un posto tutto particolare nel nostro immaginario. Infatti, anche dopo aver perso il titolo di edificio più alto del mondo a lungo detenuto, conserva due peculiarità: l’essere fatto di pietra e non di vetro e acciaio come i suoi più moderni rivali, e l’essere stato immortalato fin dalle prime fasi della costruzione dal fotografo Lewis Hine. Sue sono le celebri immagini degli operai in pausa sulle travi a centinaia di metri d’altezza. Imprimendosi nella mente quelle fotografie, Thomas Kelly, considerato uno dei grandi del realismo americano, ha scelto di raccontare l’epopea della sua costruzione nel suo ultimo avvincente romanzo Il grattacielo dell’Impero (Baldini Castoldi Dalai, 469 pagg., 17,50 euro).
Proprio da New York, l’autore volerà in Italia per incontrare domani la stampa in un reading al milanese Palazzo delle Stelline. «Purtroppo il mio viaggio sarà breve», si rammarica il grande ammiratore dell’architettura medievale e classica. «Ho già visitato 5 volte l’Italia, e ho visto i grandi capolavori della vostra architettura, i monumenti, le chiese, il Colosseo. Li preferisco di gran lunga alle opere moderne. Per me il vetro dovrebbe essere usato solo per le finestre, non per i muri». Eppure la sua grande passione per la materia nasce proprio grazie agli imponenti edifici di New York, mentre lavora come operaio alla loro costruzione.
Protagonista del libro è Michael Briody, un operaio del cantiere in cui fu posata la prima pietra in quel fatidico 17 marzo 1930. «Amo molto New York ma mi pare che troppo spesso venga ritratta in modo univoco attraverso le solite immagini stereotipate - la Manhattan modaiola o il ghetto del Bronx. Io invece ho voluto dare una rappresentazione più ampia e profonda attraverso lo sguardo dei diversi personaggi». Come Grace, l’artista che porta avanti contemporaneamente una relazione con l’operaio e una con il ricco e corrotto Farrel, leader di Tammany Hall, l’organizzazione potentissima e priva di scrupoli che sosteneva il partito democratico newyorkese. «Sono affascinato dal potere e dal suo naturale legame con la corruzione - confessa candidamente -. In tutti i miei libri la corruzione è connessa con il lato oscuro del sogno americano. Mi sono sempre chiesto: qual è il prezzo che la gente è disposta a pagare?».
È naturale, con tali premesse, che la sua attenzione si sia rivolta proprio a quell’epoca della storia americana in cui il travolgente entusiasmo della nazione si era appena scontrato con i prodromi della Grande Depressione. «Ho scelto quel particolare momento anche perché fu allora che la mia famiglia arrivò dall’Irlanda. Ma soprattutto perché fu un momento unico nella storia: la lotta per il possesso dell’anima dell’America fu combattuta sia nelle strade che nei retrobottega pieni di fumo». Una lotta che nel libro si intreccia con un’altra lotta, altrettanto violenta. Il protagonista infatti è coinvolto con l’Ira, il movimento indipendentista irlandese. Anche in America continua a dare il suo contributo alla causa. «Michael non vuole cambiare il mondo con le sue idee politiche, come volevano fare gli esponenti dell’Ira motivati da filosofie come il socialismo e il comunismo. Per lui la politica inizia e finisce nella Repubblica irlandese, perché sente di combattere contro un esercito invasore. Il suo punto di vista è più razionale, e perciò più comprensibile e giustificabile». L’autore vede una speranza per l’Irlanda nel recente abbandono delle armi da parte del movimento. «È un trionfo della ragione. La forte leadership di Gerry Adams ha prodotto i suoi frutti. Si è fatto ascoltare sia dai duri sia dai politici. Credo che sia un vero genio».
La comunità irlandese è una presenza costante, nel bene e nel male. Si ramifica nella società, esercita la corruzione, accoglie i suoi figli con amore o con vera amicizia. «Gli irlandesi furono la prima grande ondata di immigrati. Ebbero la forza di alzarsi in piedi e costringere tutti a scendere a patti con loro. Dopo di loro arrivarono gli italiani e gli ebrei dall’Europa dell’Est. Tutti questi gruppi ebbero un’enorme influenza sull’America, e il loro contributo non va mai sottovalutato. Furono loro a costruire davvero New York e a spingerla avanti». L’orgoglio per le origini irlandesi è forte, e malgrado il disincanto, altrettanto forte è la partecipazione all’epopea dei suoi. «Mi chiedo spesso come fosse la vita per tutti quei giovani sradicati da tutto ciò che conoscevano e gettati nella mischia di New York. Molti trassero grandi vantaggi dalle opportunità e dalle esperienze che offriva. Gli italiani fecero lo stesso. Oggi la mia famiglia, come molte a New York, è metà irlandese, metà italiana». Lui ha la doppia cittadinanza, ma precisa: «Mi sento un americano con ascendenza irlandese, non un irlandese americano». Lo stile della narrazione è realistico, eppure l’affresco è decisamente epico. «Cerco di trovare le qualità epiche in personaggi estremamente realistici. E nella New York del 1930 non è per nulla difficile». Un po’ come fecero, prima di lui, i suoi maestri, Dickens, Stendhal, Zola, Steinbeck, London.
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