E il legislatore Solone firmò il contratto con gli ateniesi

Un mondo di piccole polis, e di molti dialetti, dove la politica doveva armonizzare generale e particolare

L’ateniese che sfoglia il quotidiano Ta Nea (Le notizie), o il cittadino di Salonicco che scorre le pagine di Makedonia, probabilmente ignorano di tenere in mano il filo di un gomitolo lungo trentaquattro secoli. All’altro capo c’è qualche migliaio di tavolette, etichette, suggelli di argilla che drammatici eventi hanno conservato in tanti secoli per le teche dei musei e le scrivanie dei linguisti decifratori: i roghi dei magazzini in cui quelle remote fatture e quei resoconti d’inventario erano impilati.
A Cnosso, nell’isola di Creta, e sul continente a Pilo, a Micene, a Tirinto, a Tebe, gli incendi dei palazzi “micenei”, cuocendo la terra cruda, scattarono un’istantanea dell’economia di quella civiltà morente, dati fiscali, elenchi di beni, derrate e animali. Il tutto in miceneo, il proto-greco, un linguaggio che attraverso le fasi arcaica, classica, ellenistica, romana e bizantina, è maturato nel neo-greco, in uso oggi all’ombra dell’Acropoli e per le strade di Patrasso. Un unicum nella confraternita delle lingue indoeuropee, tanto da far pensare che un “greco” esista, tutt’al più distinto in “classico” (quello degli aoristi, degli spiriti e degli accenti, ciliegine sulla torta delle versioni al Ginnasio), e in un “moderno”, con cui litiga il turista quando deve ordinare mussakà o suvlakia.
La realtà è più complicata, e ce la illustra un capitolo tecnico, ma godibilissimo, del quarto volume della Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, che domani accompagnerà in edicola Il Giornale. Diversità e unità della Grecia, il suo titolo: pertinente, anche per il racconto della meravigliosa lingua ellenica, che fu nel suo complesso unitaria (a Costantinopoli, capitale d’impero, a quasi venti secoli di distanza da Omero, i poeti scrissero epigrammi in una lingua e in cadenze che erano ancora quelli dell’aedo di Achille e di Ettore), ma poliedrica nelle varianti dialettali e mutata nella diacronia delle forme epocali, come la vasta koinè, la «lingua comune», un codice internazionale che permeò burocrazie e diplomazie al tempo della massima diffusione della grecità, in coda alle conquiste di Alessandro. Una coerenza molteplice che sembra un marchio di qualità dell’esperienza greca.
La troviamo - e la citiamo, per il gusto dell’esempio - nei “Cataloghi”. Ce ne informano le pagine su uno dei vertici splendenti della grecità, la poesia epica. Queste liste erano pura farina del sacco dei rapsodi. Il più rinomato è il “catalogo delle navi”, nell’Iliade. Con precisione contabile, il poeta elenca i contingenti greci schierati dai vari paesi alleati al gran capo Agamennone, con la quantificazione delle forze e il nome degli eroici condottieri. L’afflato della poesia è un po’ moscio in queste rassegne. Ma è da rimarcare l’intento federale, panellenico, del marchingegno mnemonico. Nella pratica sul campo, quando il cantastorie itinerante sciorinava il repertorio davanti al pubblico della serata, galvanizzava la platea paesana esaltando l’apporto della spedizione locale, amplificandone i meriti. Unitari il traliccio e lo schema: mobile e frazionata la sua esposizione istantanea, piccolo grande capolavoro di opportunismo poetico.
Dai lustri fantomatici dell'epos, alla concretezza storica. Il volume è una galleria di uomini eccellenti. La grecità trova una sintesi memorabile in Solone, qui identificato, esattamente, come l’inventore della politica, l’arte della polis, che nel suo senso più circoscritto è la città, nel più alto e ideale, lo stato. Ateniese di nascita e di operato (quindi particolare), il legislatore tracciò un modello (universale). Corrèze, deputato alla Convenzione, il 10 maggio 1793 si rivolse al busto marmoreo di Solone, torreggiante sulla tribuna degli oratori alle Tuileries, e gli attribuì il merito, caro ai rivoluzionari, dell’Ègalité, perché compresse i privilegi, stette super partes, e sugli appetiti dei partiti fece trionfare la patria. Aggiungiamo che la sua modernità fu anche in altro. Strappò la giustizia dalle mani degli dei, e la ripose nelle coscienze della collettività. Fu il primo statista laico. Trasparente al punto da mettere per scritto il suo programma, e da praticare il «buon governo» alla luce di principi teorici semplici, chiari, onesti, scritti anch’essi e firmati, nero su bianco. Finito il lavoro, mollò la poltrona, e girò il mondo. Scusate se è poco.