E' un Michelangelo? No, è il suo copista...

Un critico italiano scopre a Oxford una <em>Crocifissione</em> del maestro della <em>Pietà</em>. L’ennesima bufala

Un Michelangelo perduto? Con questo titolo l’edizione di venerdì del quotidiano britannico Independent salutava il ritrovamento di una Crocifissione autografa del Buonarroti. La scoperta si deve a Antonio Forcellino, conservatore specialista del Rinascimento, che avrebbe individuato nelle raccolte dell’Università di Oxford un dipinto sino a oggi riferito al pittore manierista Marcello Venusti. A sostegno della nuova attribuzione, l’Independent riporta un passo, in cui lo storico dell’arte si sofferma sul particolare della figura del Cristo: «La modellazione era più forte, e la pittura e l’espressione del viso possedevano una forza che mi dato l’impressione di un artista di statura molto più grande».
Le cose però sono un po’ più complicate di quanto il quotidiano britannico cerchi di dimostrare. Venusti infatti non era semplicemente un contemporaneo di Michelangelo. Valtellinese di nascita, si era affermato a Roma proprio come copista del Buonarroti. Nel classico La pittura in Italia dal 1500 al 1600, Sidney Freedberg inquadra così la sua personalità: «Una parte importante dell’attività di Venusti consistette in piccoli dipinti da studio che parafrasavano modelli presi da Michelangelo-nella pittura, nella scultura o nei disegni, in genere di data recente. Di preferenza, i temi che Venusti sceglieva di trasporre erano quelli religiosi e i suoi quadri erano evidentemente destinati a servire allo scopo di moltiplicare le immagini di pietà che Michelangelo aveva concepito in modo che potessero essere degli oggetti di devozione privata di larga diffusione».
A questo punto dovremmo chiedere a Forcellino come mai è così sicuro che si tratta di un autografo del Buonarroti e non di una riproduzione, di mano del suo copista per così dire «ufficiale»? Andando a sfogliare il fascicolo dedicato a Venusti dell’archivio fotografico di Federico Zeri ci s’imbatte infatti in una serie di dipinti, tutti chiaramente derivanti da modello simile a quello di Oxford. Conosciamo per esempio una versione passata in asta a Sotheby’s nel 1971 che nella parte superiore (il Cristo e gli angeli) è perfettamente sovrapponibile a quella «rivalutata» come autentica. Dove sarebbero le differenze di modellato? Le dimensioni (50x36,5 cm) fanno dire pensare proprio a una copia di devozione. Quali sono invece le misure, che l’Independent omette, dell’opera di Oxford?
Unitamente alla versione ora ritenuta autografa, Forcellino ne ha analizzate altre due apparentemente identiche, con una tecnica diagnostica, la riflettografia a infrarossi, che consente di studiare quel che vi è sotto lo strato pittorico superficiale. Una è conservata presso il museo Casa Buonarroti di Firenze e l’altra appartiene alla Galleria Doria Pamphili di Roma. Alla fine si è convinto che la versione di Oxford è autografa e le altre no. Lo scoop dell’Independent però di queste complicate comparazioni che trascendono l’occhio umano non dice nulla: è molto più convincente raccontare la fiaba del ritrovamento rocambolesco di un Michelangelo nei corridoi polverosi di un ostello per studenti che attenersi alla verità. E cioè che Venusti ha fatto un numero imprecisato di varianti, più o meno ricche di particolari, della Crocifissione. Ma che sia partito da un prototipo di Michelangelo, e che questo corrisponda al dipinto di Oxford, resta una supposizione.
Forcellino però è convinto che si possano: «immediatamente vedere le differenze tra questo lavoro e quelli di Venusti». Intanto, un altro dipinto che ha recentemente assegnato a Michelangelo, una Sacra Famiglia che giaceva dietro a un sofà, nel salotto di un sottoufficiale dell’aereonautica di Buffalo, viene ora stimato 300 milioni di dollari: saper vedere quello che gli altri non vedono evidentemente non ha prezzo.