E a New York ritornano le estati psichedeliche

I «figli dei fiori», con la celebrazione delle droghe e i grandi raduni musicali, influenzarono il modo di esprimersi

Le mostre del Whitney Museum of American Art di New York sono caratterizzate da scelte interessanti e spesso controcorrente. D’altra parte, il Whitney è nato come alternativa al grande MOMA, più severo nelle scelte. La rassegna «Summer of love. Art of the Psychedelic Era» (fino al 16 settembre), a esempio, è poco istituzionale e anche un po’ trasgressiva. In realtà, è una di quelle mostre che hanno il merito di darci le atmosfere e il sapore di un’epoca ormai lontana una quarantina d’anni, che ha pesato molto non solo sull’arte contemporanea ma anche, forse soprattutto, su costume, modi di vita, concezione del sesso.
I «figli dei fiori», con i loro impressionanti raduni musicali come quello di Woodstock, con le performance di cantanti-mito come Jimi Hendrix, Bob Dylan, Joe Cocker, Janis Joplin e di complessi assai creativi, non furono solo un fenomeno musicale, ma crearono una rivoluzione nell’arte e nella cultura. «Summer of love» documenta l’esplosione e l’evoluzione dell’arte psichedelica in tre città-chiave di quello che lo scrittore Michael Fallon definì «il movimento hippie»: San Francisco, New York, Londra. Città diverse fra loro ma che furono unite, nel periodo 1965-1970, dalle manifestazioni contro la guerra nel Vietnam, dalla rivoluzione sessuale, dall’uso delle droghe pesanti, dalla passione per una musica «che entrava nella psiche».
Furono anni che misero a soqquadro l’intero Occidente, anche perché dagli Stati Uniti la rivoluzione dei «figli dei fiori» penetrò in Inghilterra e poi in tutta Europa, lasciando in eredità il dilagare della droga, la sessualità trasgressiva, la crisi del principio di autorità, l’esaltazione dei diritti a scapito dei doveri. Sul piano delle arti visive, invece, i risultati furono di grande interesse e ancor oggi influenzano alcune ricerche dell’arte contemporanea. L’arte psichedelica, con i suoi toni inquietanti e visionari ma anche con la sua vis polemica, diede una scossa salutare a pittura, scultura, grafica, architettura, moda, cinema, teatro, fotografia, pubblicistica. Accanto ad artisti come Andy Warhol, Robert Rauschenberg e Jim Dine, presenti nella mostra con opere di grande qualità, si rivelarono cartellonisti, designers, grafici, in grado di cogliere con singolare creatività gli aspetti più diversi del fenomeno.
«Summer of love» propone un quadro completo dell’arte di quegli anni attraverso le opere di personalità come Isaac Abrams, Richard Avedon, Lynda Benglis, Richard Hamilton, Jimi Hendrix, Robert Indiana, Yayoi Kusama, Richard Lindner e John McCracken. Non meno importanti i film e i video, di uno sperimentalismo mai fine a se stesso, di La Monte Young, Mark Boyle, Joan Hills, Gustav Metzger. Delle tre città in mostra Londra è la meno creativa sul piano visivo, mentre è particolarmente fervida su quello musicale con i Beatles e i Rolling Stones. San Francisco è una fucina di talenti, soprattutto nell’arte grafica e nei poster. Wes Wilson, Stanley Mouse, Rick Griffin, Gary Grimshaw, David Singer, Alton Kelley rivoluzionano il modo di concepire il poster come forma di comunicazione, quale che sia la sua destinazione. New York è più creativa nel cinema, nelle performance, nei nuovi musical (quello più trasgressivo e simbolico dell’epoca, Hair: The American Tribal Love Rock Musical, vi debuttò, prima di essere riproposto sui palcoscenici di tutto il mondo), che poco hanno a che fare con la tradizione, ma è anche la città dove operano i maggiori pittori americani.