E ora gli arabi fanno il tifo per la nuova guerra fredda

Nel mondo arabo l’opinione pubblica tiene per Putin e non per la Georgia. La nuova grande tensione internazionale, l’atteggiamento aggressivo della Russia fa sognare che si ristabilisca un chiaro potere russo in Medio Oriente, che, come quello sovietico di un tempo, si contrapponga agli Usa e a Israele: il mondo arabo vibra a questo pensiero. È la corda della memoria della Guerra Fredda quella che suona, nota da Washington il Delphi Global Analysis Group: ricordare il tempo in cui il Grande fratello era là con le sue armi, i suoi uomini, il suo denaro, suscita risposte piuttosto positive alle mire egemoniche di Mosca, anche se parliamo dell’opinione pubblica e del mondo degli intellettuali e dei giornalisti. Le vicende cecene sembrano non avere turbato il mondo musulmano: la Russia, come l’Urss di un tempo, fa scattare un riflesso filiale e insieme di rivincita.
Intriga non poco quasi tutti i giornali arabi la speranza di un alleato forte che l’America non osi contrastare più di tanto. Lo sfondo di rapporti con l’Iran (dove l’Urss costruisce uno dei reattori nucleari), con la Siria (Assad è in arrivo a Mosca proprio in questi giorni) e il gran traffico d’armi russe che rende il Medio Oriente un puntaspilli di missili, fa da sfondo a una speranza di pieno impegno sul territorio della Umma musulmana. Più chiaro di tutti è l’editorialista Ahmad Umrabi, kuwaitiano, che il 13 agosto scrive su Al Bayan: avendo Putin sfidato l’ordine globale per stabilire il predominio russo dimostra di essere pronto a diventare una potenza mondiale. «Forse oggi si prepara a un’alleanza con noi arabi e con l’Iran. Riusciremo ad approfittare di questa opportunità?». Il giornale giordano Al Ghad spiega meglio con un editoriale dello stesso giorno: «Il mondo intero sentiva la mancanza della Guerra fredda perché essa forniva sicurezza ed equilibrio. Poi è venuto il tempo del caos, del dubbio... del monopolio americano del potere globale». Ma adesso, prosegue il giornale, «la Russia ha nuovi alleati nell’Iran, nella Cina, nell’America Latina e formerà con loro un potente fronte globale... esso sarà dotato di grande potere militare perché i guadagni petroliferi russi e iraniani vengono utilizzati per costruire forza militare». Insomma, conclude idealmente un editorialista del giornale giordano Al Quds al Arabi, il potere degli Usa si restringe mentre quello russo sembra ampliarsi, non sarà meglio che noi arabi smettiamo di mettere tutte le uova nel paniere americano?
Più cauto ma sempre sostanzialmente al fianco dell’antico alleato il giornale più importante e più legato al governo d’Egitto, Al Ahram, che di Ferragosto ha scritto che l’Occidente non ha mai cambiato, dai tempi della caduta dell’Urss, il suo atteggiamento aggressivo verso la Russia, e che ora «la circonda militarmente sia in Europa che cercando di isolarla dall’Asia e impedendole l’accesso alle regioni ricche di petrolio e al Medio Oriente». Di Saakashvili Al Ahram dice che è più o meno un burattino americano. E conclude che la Russia non permetterà che la Georgia si trasformi in un cavallo di Troia per distruggerla. Anche un settimanale vicino ai Fratelli Musulmani che si stampa in Giordania, Al Sabil, scrive che gli americani intervengono ovunque vi sia resistenza contro il loro potere, per quello aiutano minoranze come quella albanese in Kosovo o quella Uyghur in Cina e sostengono l’integrità della Georgia mentre hanno distrutto quella della Serbia, amica della Russia.
Insomma, la lettura è molto chiara anche se le leadership politiche sono molto più caute dei loro intellettuali. Esistono però invece sotterranee preoccupazioni per cui la situazione attuale è diversa da quella della Guerra Fredda, e il titolo di questo capitolo porta il titolo: «Iran». È evidente infatti che la Russia di Putin ha in mano una carta terribile contro gli Usa e contro l’equilibrio mondiale, e di fronte a una Polonia armata di missili Putin non esiterà a incrementare la sua amicizia balistica e atomica con Ahmadinejad e il suo Asse. Dunque i Paesi sunniti temono oltremodo questa alleanza, e di una crescita del potere iraniano legato alla nuova strategia. I sunniti temono l’Iran dei mullah e le loro evidentissime mire sul Medio Oriente. Un segno molto espressivo lo si ha ancora il 4 agosto, prima della vicenda georgiana, nell’editoriale del giornale saudita Arab e-journal Elaph, firmato dall’intellettuale moderato Saleh a Rashed: l’editorialista si dice preoccupatissimo della minaccia iraniana di bloccare Hormuz e di controllare così tutti i traffici e i movimenti del Golfo e aggiunge che sopportare passivamente l’atomica in mano all’Iran equivale ad affidarla a Bin Laden. Dunque, scrive, non dobbiamo entrare nella trappola antiamericana dell’eccitazione islamista, né dobbiamo fingere di non vedere una ferita che, se non cauterizzata, porterà alla morte. A Rashed propone di bombardare l’Iran in proprio, senza aspettare né gli Usa né Israele: che sia l’Arabia Saudita a farlo. Una posizione estrema e certamente non condivisa dai politici, ma che ha il coraggio di mostrarsi al pubblico. La paura dell’Iran è grande e può moderare l’adesione islamica al nuovo corso russo se esso intende servirsi di Ahmadinejad.