«E ora lo Stato sfrutti al meglio questa risorsa»

Secondo l’annuale analisi del Touring Club Italiano i musei, i monumenti e le aree archeologiche del nostro Paese hanno accolto nel 2004 oltre 32 milioni di visitatori, 1.700.000 in più rispetto all’anno precedente e 5.000.000 in più rispetto al 1999. Essi si confermano dunque come il principale attrattore turistico dell’Italia, dove il 51,2% dei visitatori stranieri viene espressamente per vederli e apprezzarli. Il successo dei suddetti elementi di attrazione, che condiziona il turismo culturale avviato a rappresentare il principale segmento del settore per quanto concerne arrivi e presenze nel nostro Paese, avviene paradossalmente nel momento in cui i mezzi finanziari per la loro conservazione e la loro valorizzazione sono oggetto di tagli pesanti, gli stanziamenti a favore dei musei sono stati infatti ridimensionati e molti di questi, come pure molti monumenti e aree archeologiche, sono al limite della resistenza e minacciano la chiusura.
Questi tagli si accompagnano alla riduzione del sostegno pubblico ad altre attività culturali per le quali il nostro Paese è famoso nel mondo e che sono anch’esse attrattori turistici di primaria importanza come la musica, la lirica, il balletto, il cinema e il teatro. L’incremento di visitatori in presenza di una riduzione dei fondi per il loro sostegno sembra paradossale, ma lascia capire quale potrebbe essere il successo se la riduzione non ci fosse o se i fondi aumentassero. Il problema non è solo di breve periodo - che sarebbe già un fatto importante per un Paese che ha perso in due anni 5 milioni di visitatori stranieri - ma è essenziale nel periodo medio/lungo se si vuole che musei, monumenti e aree archeologiche continuino ad essere aperti al pubblico in condizioni decenti. Quest’ultimo aspetto non può essere messo in discussione in un Paese che ha il dovere di trasmettere alle generazioni future un patrimonio artistico in condizioni non peggiori di quelle in cui lo ha ereditato, ma anche il primo aspetto è importante. Il turismo rappresenta da noi un’attività economica essenziale e da alcuni anni soffre una crisi strutturale dalla quale possiamo uscire solo se prenderemo coscienza del problema. Attualmente infatti di esso non si preoccupa la Pubblica amministrazione che considera il turismo come settore non primario; non sembrano preoccuparsene gli operatori privati che, in non pochi casi, si trovano in situazioni precarie e hanno frenato i loro investimenti.
Il morale degli operatori, in verità, è in rialzo per la comparsa dei primi sintomi di una ripresa che ha caratterizzato l’inizio del 2006 e che sembra destinata a prolungarsi. Da qualche tempo, infatti, le cifre consuntive e quelle previsionali in materia sono meno pessimistiche che nel passato.
È necessario verificare e confermare tutto questo per essere tranquilli che il peggio sia alle spalle, anche se personalmente ritengo che così non potrà essere. Se è vero che la crisi che stiamo sperimentando non è congiunturale bensì strutturale, come dimostra il confronto fra ciò che accade da noi e quello che caratterizza i nostri più agguerriti concorrenti, da essa si può uscire solo cambiando profondamente il nostro settore turistico. È urgente che la Pubblica amministrazione riprenda in mano il settore, organizzi un’efficiente governance del turismo nazionale, lo inserisca in agenda tra le priorità politiche e affronti il tutto con senso di realismo. Occorrerà anche che gli operatori privati, sollecitati dal nuovo clima positivo che, seppure effimero, è migliore di quello che li condizionava fino a qualche tempo fa, riprendano slancio, analizzino i mutamenti della domanda e reagiscano con nuovi investimenti e crescente professionalità.
Questo è ciò che il Paese attende dal turismo e per il turismo. Questo è ciò che consentirà anche ai nostri musei, ai nostri monumenti e alle nostre aree archeologiche di attirare più visitatori, di servirli meglio e di mantenere alto il livello qualitativo che le generazioni future ci chiedono.
*Presidente del Touring Club Italiano