E Pamuk si mise a caccia dell'innocenza perduta

Il nuovo romanzo del premio Nobel turco racconta un amore, molto occidentale e molto carnale, nato nella Istanbul che fu

Il Museo dell’innocenza sta nel vecchio quartiere di Cukurcuma, la Istanbul popolare e impiegatizia. È un museo vero, ma fatto di apocrifi, però lo si può intendere anche come un museo virtuale della verosimiglianza, in quanto raccoglie tutto ciò che fece parte della vita di una donna e di chi di lei si innamorò: gioielli, vestiti, oggetti di arredamento, le bibite preferite, la marca delle sigarette fumate, l’osso di seppia del canarino tanto amato... Solo che la donna in questione non è mai esistita, è un’invenzione romanzesca, ma, sembra dirci l’ideatore del museo, qual è il confine fra verità e menzogna, chi ci dice che una fantasia vissuta sia meno reale di un’esistenza svogliata, fino a che punto storia e memoria ci riguardano tutti allo stesso modo? E qual è la reale dimensione del tempo? Lineare nel suo scandire ciò che passa, oppure sferica nel suo continuo riaffermare ciò che è stato, trasformandolo in un eterno presente?

Architetto mancato e romanziere acclamato, premio Nobel per la letteratura tre anni fa, Orhan Pamuk ha prima scritto, e in tal modo descritto, Il Museo dell’innocenza (Einaudi, pagg. 582, euro 24) e poi ha provveduto alla sua costruzione. L’inaugurazione è prevista per l’estate prossima, l’anno in cui Istanbul sarà capitale europea della cultura: l’edificio consterà di 83 spazi, tanti quanti i capitoli di cui si compone il libro, e assemblerà 700 pezzi: d’epoca, ricostruiti, inventati... Di case-museo è pieno il mondo: quella del pittore Gustave Moreau a Parigi, dell’architetto Johan Soane a Londra, la «Casa della vita» di Mario Praz a Roma, il Vittoriale di d’Annunzio a Gardone... Ma qui c’è qualcosa di più e di diverso: il trionfo e la celebrazione della finzione, il personaggio che prende il posto dell’autore, Stendhal che vuole essere Fabrizio del Dongo, Simenon che vive in boulevard Richard Lenoir e si fa chiamare Maigret, Conan Doyle che si è trasferito in Baker Street ed è convinto di essere Sherlock Holmes... C’è del metodo in questa follia, e vale la pena approfondirlo. A una lettura romanzesca, Il Museo dell’innocenza è la storia di un’ossessione. C’è un trentenne della Istanbul-bene, Kemal, che sta per sposarsi, ma intanto intreccia una storia di sesso con la diciottenne Füsun, sua lontana parente. Il giorno dopo il fidanzamento ufficiale, lei scompare, Kemal scopre di essersene innamorato, il suo matrimonio non si farà e quando Füsun più tardi riappare è con un marito a fianco, Feridun. Per i successivi otto anni Kemal si accontenterà di starle vicino, conoscente e/o amico da sfruttare per i sogni di gloria cinematografica della coppia, simbolo vivente di una passione che lo consuma, ma che non può godere. In questo arco di tempo, egli annulla di fatto la propria esistenza ed erige intorno a sé un universo che ha senso solo perché gli ricorda ogni istante di lei, una sorta di reliquiario sentimentale.

A una lettura socio-ideologica, Il Museo dell’innocenza è la storia dello scontro fra modernità e tradizione, la Turchia dei giovani che si credono e si vogliono europei, rifiutano i matrimoni combinati, ritengono la verginità femminile un relitto del passato, vivono il sesso in modo libero. Nella realtà, non tutto è così facile, la società ha le sue leggi anche non scritte, usi e costumi a cui ancora attenersi e intorno alla questione sessuale si gioca una partita a scacchi in cui maschi e femmine ponderano attentamente le loro mosse. Kemal e Füsun si ritengono sufficientemente moderni per fare sesso fuori dal matrimonio, ma il primo non ha sufficiente pelo sullo stomaco per fare di lei una semplice amante, e la seconda usa la verginità perduta come una nemesi: proprio perché mi hai avuta prima, ti condanno a espiare e a non avermi dopo... A una lettura filosofica, Il Museo dell’innocenza è una storia sull’eternità, su come vincere il Tempo, su come sopportare la vita. «Quando indichiamo il momento più felice della nostra vita, siamo anche consapevoli che si tratta di un passato remoto che non tornerà mai più e questo provoca in noi un grande dolore. L’unica cosa che rende questo dolore sopportabile è possedere un oggetto, retaggio di quell’attimo prezioso. Gli oggetti che sopravvivono a quei momenti felici conservano i ricordi, i colori, l’odore e l’impressione di quegli attimi con maggior fedeltà di quanto facciano le persone che ci procurano quella felicità».

E ancora: «Ricordare il tempo è fonte di dolore. I singoli istanti, invece, possono regalarci una felicità che non si esaurisce per centinaia di anni... Andavo da Füsun per accumulare quella felicità che avrebbe illuminato il resto della vita e per preservare questi lieti ricordi mi portavo via i piccoli e grandi oggetti che lei aveva toccato... Emanciparsi dal senso del tempo, trascendere il tempo: è questa la più grande consolazione della vita». A una lettura storica, infine, Il Museo dell’innocenza è un libro su Istanbul, quella meno superficiale, nella sua europeità esibita, e più nascosta e segreta, tessuta di un cosmopolitismo cui tenacemente ancora si aggrappa, fatta di vicoli, di agglomerati urbani, di vita di quartiere. La Istanbul città di mare, sentinella del Corno d’oro e del Bosforo, i venti che la attraversano, le mareggiate che la investono, i giochi d’acqua dei bambini, le fatiche dei pescatori, il viavai dei battelli e dei traghetti, l’incedere pericoloso dei container, dei piroscafi, delle navi da guerra, cerniera fra Oriente e Occidente, teatro e palcoscenico su cui naviga la storia, ma anche camerino, buca del suggeritore, da dove guardare ciò che accade senza essere visti.

Nell’intrecciare un passato privato, quello di Kemal e Füsun, e uno pubblico, quello di un’intera città, la malinconia che è alla base del primo (il commosso ritorno con il pensiero a una terra cui non si può più approdare) si trasforma nella tristezza che è l’elemento significativo della seconda, capitale condannata dalla propria storia e incapace di costruirsi un presente che la superi e così la annulli: tristezza è bellezza, malinconica magia. «Ho avuto una vita felice» dice Kemal alla fine del romanzo. Ma è la felicità di un infelice, così a disagio con l’esistenza da annullarla in quella della donna amata, specchio fedele del suo stesso creatore Pamuk: così a disagio con la propria da inventarsene un’altra e costruirci intorno un museo dove celebrarla.