E pure la Grande guerra ci costa due milioni

Nel bilancio del Tesoro c’è ancora una quota per i vitalizi dei reduci del conflitto mondiale ’15-’18

«Il Piave mormorò: non passa lo straniero!». Con questa strofa i nostri antenati hanno celebrato la vittoria italiana nella Prima guerra mondiale. Ma la memoria storica è stata giustamente accompagnata da un riconoscimento economico per tutti coloro che si impegnarono nelle trincee resistendo agli attacchi delle fanterie austriache e tedesche. Con una legge del 1968 la Repubblica ha riconosciuto un assegno vitalizio e la medaglia dell’Ordine di Vittorio Veneto ai reduci e anche alle «portatrici della Carnia», eroiche volontarie che si caricavano sulle spalle gerle di 30-40 chili con i rifornimenti per i reparti avanzati.
Tutto questo dovrebbe appartenere ai libri di storia e alle commemorazioni civili. E invece no.

Nel bilancio del ministero dell’Economia c’è ancora una specifica voce per gli assegni vitalizi ai militi del ’15-’18 e delle guerre precedenti oltreché per le portatrici. Quanto vale questo capitolo? Circa 1,8 milioni di euro (3,5 miliardi delle vecchie lire). È uno stanziamento di modesta entità ed è confermato per lo stesso importo fino al 2013 per un totale di 5,4 milioni. La loro spesa effettiva è un’ipotesi molto molto remota, tuttavia sono stanziamenti per cassa e dunque sono impegnati. La legge istitutiva dell’onorificenza (la 263 del 1968) è in vigore e non prevede che questi trattamenti siano reversibili. L’ultima portatrice, Lina Della Pietra, è morta nel 2005 all’età di 104 anni. Forse nel corso dell’anno, con l’assestamento del bilancio, la somma si ridurrà come accaduto nel 2010 (da 1,3 milioni a 91mila euro), ma la voce di spesa si riproporrà comunque.

Certo, è solo una goccia nel mare del complesso degli stanziamenti del Tesoro riguardanti il capitolo previdenziale. Sempre per restare in tema va ricordato che per le pensioni di guerra e medaglie al valor militare erogate a vario titolo sono appostati 848,9 milioni di euro. Niente da dire, per carità, ma il sistema appare costoso o, per lo meno, antiquato. Le commissioni mediche per il riconoscimento e la verifica comportano una spesa prevista in 17,5 milioni di euro, mentre altri 500mila euro se ne vanno per le spese di notifica.

Si tratta di dettagli, sebbene evocativi di un’organizzazione statale basata ancora su modelli ottocenteschi piuttosto che sulla contemporaneità. D’altronde, l’Italia è stata pensata, voluta e disegnata come uno «stato sociale» che accompagna tutti dalla culla fino alla bara ed è sempre presente anche perché - e i vitalizi di guerra ne sono un esempio - può chiedere, in cambio dell’assistenza, la vita stessa dei propri cittadini per motivi di difesa. In virtù di questo scambio sociale è direttamente lo Stato a rispondere per il rischio di guerra e a eventuali danni. È il caso dei 5,1 milioni che il Tesoro destina all’Inail e alle soppresse casse mutue marittime (Adriatica, Tirrenica e Meridionale confluite da quindici anni nell’Ipsema) per questo tipo di assicurazione.
Ed è proprio in virtù di questo principio fondativo che bisogna «ingoiare» o quantomeno accettare i 18,856 miliardi assegnati all’Inpdap, l’ente previdenziale dei dipendenti pubblici che rappresentano le mille articolazioni dello Stato. Di questo ammontare 10,4 miliardi costituiscono il «contributo aggiuntivo» e 8,456 miliardi le anticipazioni sul fabbisogno, ossia le cifre che la Tesoreria «presta» alle gestioni previdenziali per garantirne i pagamenti anche perché i 59 miliardi di sole entrate contributive non sono sufficienti per far fronte ai circa 70 miliardi di uscite correnti. Basterebbe questo conto per giustificare i «giri di vite» - veri e presunti - sui trattamenti previdenziali dei dipendenti pubblici che Tremonti e Sacconi stanno studiando con la prossima manovra.

Ultimo ma non meno importante è il capitolo relativo alle Gestione assistenziale (Gias) dell’Inps a carico del Tesoro. La parte principale è nel bilancio del ministero del Lavoro, ma anche Via XX Settembre contribuisce al ripiano degli squilibri di alcuni fondi pensione. In particolare, il capitolo di spesa più consistente è il contributo per il ripiano del disavanzo del Fondo pensioni delle Ferrovie dello Stato, stimato per l’anno in corso a 3,9 miliardi di euro. Senza questo «aiutino» gli 813 milioni di contributi non basterebbero per erogare circa 4,8 miliardi di pensioni.
Lo stesso discorso vale, seppur in misura più limitata, per i circa 60 milioni destinati agli squilibri della previdenza degli enti portuali di Genova e Trieste. Di natura più assistenziale il capitolo relativo ai 3 milioni di euro per il pensionamento anticipato dei lavoratori portuali in esubero.

È il portato di un decreto legge del 1997 che concesse alle Autorità portuali di Genova, Trieste, Napoli e Venezia il pensionamento anticipato di 500 dipendenti con relativo «scivolo». Nel 2011 l’onere è ovviamente a bilancio.
Bisogna tornare indietro con la memoria pure per comprendere due altri stanziamenti giustificati dal fatto che fino a una ventina di anni fa Poste e Telecomunicazioni erano enti interamente pubblici. Si spiegano così i 40 milioni di euro destinati all’Inps per la posizione assicurativa del personale Iritel.

Senza dimenticare un miliardo di euro a carico del Tesoro per il trattamento di quiescenza (la liquidazione) del personale di Poste Italiane.
Adesso è il momento di scegliere: più si cercherà di difendere questo tipo di welfare - al di là delle prestazioni individuali che in alcuni casi sono esigue - più aumenterà questo tipo di spesa. E per sostenerla ci sono solo due modi: aumentare la pressione fiscale e contributiva oppure vendere a prezzi di saldo il patrimonio per recuperare la liquidità necessaria a soddisfare le spese correnti. In quel caso, lo straniero potrebbe varcare la linea del Piave.