E quindi provammo a raccontar le stelle

Tranquilli, su Marte si mangerà bene. Pare infatti che alcune aziende italiane, venendo incontro al principale desiderio degli astronauti «simulatori» isolati nella stazione spaziale dell’Institute of biomedical problems di Mosca, comprensibilmente insoddisfatti delle scatolette prodotte in Germania e Inghilterra, stiano già approntando succulenti menù a lunga, lunghissima scadenza. Particolare da non trascurare, quest’ultimo, e persino più importante delle qualità organolettiche del cibo, visto che il viaggio (e stiamo parlando della sola andata) durerà oltre 500 giorni e che da quelle parti, fino a prova contraria, non esiste lo straccio di un bar.
Ma perché abbiamo detto «fino a prova contraria»? Ammettiamolo, è la solita presunzione terrestre che ci fa parlare così. Non dovremmo, se non altro in segno di rispetto nei confronti delle intelligenze aliene che... statistiche astronomiche alla mano, nulla ci induce a negare per principio. Il filone degli Altri è per ovvi motivi il più ricco e profondo, nella pressoché infinita miniera che sta sopra le nostre teste a partire dalla classica notte dei tempi. È ben presente, quindi, nella bella antologia Piccolo atlante celeste (Einaudi, pagg. 366, euro 20) curata da Giangiacomo Gandolfi e Stefano Sandrelli.
La voce più suadente, in un coro che ci piace immaginare angelico, non appartiene a un letterato, bensì a uno scienziato: Giovanni Virginio Schiaparelli (1835-1910). Il quale, in La vita sul pianeta Marte, esaminando il pianeta rosso, oltre a mostrarsi... climaticamente scorretto ante litteram («Quale fortuna sarebbe pei nostri geografi, se un simile scioglimento completo dei ghiacci si producesse anche una sola volta sopra ciascuno dei due poli della Terra!»), disquisisce sui cosiddetti «canali», li paragona ai nostri omologhi Muzza e Cavour e, magnificandone l’efficacia al servizio dei contadini di lassù, conclude che quello «dev’esser certamente il paradiso degli idraulici!». Sempre su Marte si esercita un altro autore ottocentesco, lo statunitense Edward Bellamy (1850-1898). Utopista di tendenze socialiste, in Il mondo dei ciechi descrive la... trasferta del professor S.E. Larrabee sotto forma di un lucido deliquio. E dal dialogo che il docente dell’Università di Abercrombie (Massachusetts) intrattiene con uno del posto, si evince che a chi vuol godere dei frutti del ben noto «sol dell’avvenire», in una società pacifica, lavoratrice e ottimista, conviene traslocare dove il passato semplicemente non esiste e il futuro è già tutto previsto, cancellando così ogni preoccupazione, a partire da quella della morte.
Di un altro sole, questa volta materiale e non immaginario, ci parla invece Isaac Asimov in Notturno, spiegando come, sul pianeta Lagash, che pure di soli ne vanta più d’uno, ogni 2049 anni l’eclisse di Beta, l’ultimo a disposizione, manda nel pallone totale la popolazione, che deve oltretutto guardarsi dalla minaccia interna dei soliti disfattisti: i seguaci del Culto, in confronto ai quali i Testimoni di Geova paiono una truppa di goliardi gaudenti. Brividi simili a quelli dei lagashiani si provarono (e questa è storia terrestre), l’8 luglio 1842 a causa dell’eclissi di sole: li descrive, con la consueta poesia e devozione, l’austriaco Adalbert Stifter. Tuttavia, se il buio è una paura ancestrale dei viventi, anche l’eccesso di luce può fare brutti scherzi. Come in I pulitori di stelle, di Julio Cortázar, e in No comet di Ray Vukcevich. Qui una famigliola, papà, mamma e figlioletta, onde evitare l’accecamento provocato dal passaggio di un corpo celeste, attua la politica dello struzzo: infila la testa in sacchetti della spesa. «La luna - dice Tim - non esiste se nessuno la guarda. O, nel nostro caso, la cometa». Poi, sul più bello (o brutto) alla bimba scappa la pipì e allora...
A una cometa, Daniele Del Giudice offre addirittura il dono della parola in Come cometa. Ma l’astro chiomato è così sfuggente e libero da istillare nel lettore il dubbio della sua sovrapposizione, semantica e fisica, con l’affascinante osservatrice Anita, compagna (occasionale o fedele?) del dubbioso protagonista. Perché il punto è proprio questo: ovunque e comunque, muovendosi in avanti o all’indietro sul filo della storia oppure in ogni direzione sui cavalli alati della fantasia, la contemplazione del firmamento è un’esperienza che richiede di essere condivisa, si tratti della banda di sciroccati presentata da Ray Bradbury in Le auree mele del sole o dell’umanità con scarsa coscienza ecologica descritta da Guido Ceronetti in I giorni della luna e del mistero. La prova a contrario si ha in L’espansione accelerata dell’universo, dove la causa (remotissima, certo, ma indubitabile) della morte di un arzillo pensionato nel racconto inedito di John Updike è l’allontanamento di tutto dal Tutto. E si ha ancor meglio in Alfred Testa. La nuova cosmogonia, di Stanislaw Lem. L’allocuzione pronunciata dal professor Testa prima di ricevere il premio Nobel, con quella teoria del Gioco cosmico in cui i Giocatori hanno la freddezza di scacchisti cinici e incalliti, ci ricorda come l’Universo, in ultima analisi, se ne frega di noi. Avrà ragione? Ecco una domanda da evitare accuratamente, quando osserviamo una stella cadente.