E quindi uscimmo a riveder le stelle

Il cardinale Bertone, Segretario di Stato, rivela l’esistenza di una circolare di Papa Pacelli del 25 ottobre 1943

Le stelle oggi sono più vicine o più lontane? I telescopi ce le hanno avvicinate, il cielo non è più il labirinto mitologico di un tempo, quando tutte le favole si depositavano tra le costellazioni, e sulle nostre teste orbitavano Andromeda e Cassiopea, la corona di Arianna e la chioma di Berenice. Ma d’altra parte quanti di noi sanno oggi parlare il linguaggio dell’astrofisica come, un tempo, tutti parlavano il linguaggio del mito? E siamo sicuri che il cielo si sia spoetizzato, che le stelle non abbiano più favole da raccontarci? Forse che oggi oroscopi e astrologi non godono di ottima salute? E i film che vantano legioni di appassionati non si intitolano Star Wars o Star Trek, per non parlare di un capolavoro come 2001 Odissea nello spazio? E sono forse privi di poesia i salti spazio-temporali, i buchi neri, l’antimateria e tutte quelle cose affascinanti e misteriose che la scienza post-einsteiniana ha disseminato per l’universo?
Una curiosa mostra, aperta fino al 2 settembre al Forte di Bard, in valle d’Aosta, ripensa ora il nostro rapporto con le stelle. Cercando un filo che leghi scienza e poesia, arte e matematica, la stella cometa e il telescopio di Hubble.
Tutto iniziò con Gionito, il primo astronomo. Gionito: chi era costui? Era il quarto figlio di Noé, nato esattamente 2100 anni dopo la creazione del mondo, almeno secondo l’opinione di San Metodio martire, vescovo di Patara in Licia e conterraneo di San Nicola (futuro Santa Claus o Babbo Natale, visto che si parla di cieli stellati). Gionito avrebbe ricevuto dal Padreterno in persona la rivelazione della scienza astronomica. Egli sarebbe stato anche il maestro del gigante Nemrod, citato nella Bibbia come fondatore di Babilonia e di Ninive, nonché marito della sua propria madre Semiramide. Bizzarro personaggio e pessimo discepolo, a Nemrod venne poi attribuita la costruzione della torre di Babele, così alta da voler toccare il cielo (e le stelle?). Nell’Inferno di Dante egli appare come «un’anima confusa» che si esprime nel suo incomprensibile linguaggio babelico: «Raphèl maì amècche zabì almi». Ebbene, l’immagine di Gionito inaugura la sezione artistica della mostra del Forte di Bard, in una delle splendide formelle scolpite da Andrea Pisano nel 1337 per il Duomo di Firenze. Gionito è qui un vecchio sapiente, che scruta il cielo con un quadrante: di fronte a lui è posto un astrolabio, alle sue spalle scorre la fascia dello zodiaco.
In effetti, si è soliti associare gli astri al paganesimo. Ma allora che dire della stella che guidò i Re Magi, citata nel Vangelo di Marco e dipinta da Giotto, nell’Adorazione dei Magi della Cappella degli Scrovegni, per la prima volta in forma di cometa (cioè «con la chioma»)? O delle dodici stelle che ornano il capo della Vergine Maria, anche nell’Immacolata Concezione dipinta nel 1735 da Giambattista Tiepolo? La stella a otto punte è un simbolo cristiano frequente, in rapporto sia a Gesù sia alla Madonna, soprattutto nelle icone ortodosse, così come la stella di David, a sei punte. È infine diventata il simbolo di Israele. Nel nome di un Dio, se pure disprezza le menzogne degli astrologi, tuttavia, come si legge nei Salmi, «conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome». Insomma, c’è anche una tradizione astrale giudaica e cristiana accanto a quella, ben più nota, di origine pagana. Rappresentata in mostra, per esempio, da un carnalissimo disegno in cui Domenico Tintoretto, nel 1580 circa, raffigura l’origine della Via lattea dal latte che sgorga dal seno della dea Giunone.
Ma anche i moderni hanno guardato al cielo. E allora ecco uno dei Concetti spaziali di Lucio Fontana, artista che volle catturare l’infinito sulla tela. Ed ecco anche sette installazioni create da altrettanti artisti contemporanei appositamente per il Forte di Bard. E poi c’è la maniera tutta speciale di contaminare scienza e arte in altre «quattro installazioni interattive sullo spazio-tempo» (così le chiamano) realizzate dallo Studio Azzurro.
Perché, in verità, la scienza si combina perfettamente con l’arte. Alcuni tra gli strumenti astronomici esposti hanno una bellezza tutta loro: come la sfera in ottone realizzata a Firenze nel 1570 che rappresenta un modellino dell’universo secondo la concezione tolemaica. Gli antichi, come Eratostene, Arato o Manilio facevano poesia sulle stelle. Ma anche Leopardi, ancora ragazzo, e prima di cantare le Vaghe stelle dell’Orsa, si dedica a scrivere una Storia dell’astronomia. Del resto, da che mondo è mondo la poesia si fa con le stelle, come le canzoni con la rima cuore/amore. Alle origini della letteratura mondiale sta la vedetta dell’Agamennone di Eschilo che scruta «l’assemblea degli astri notturni». Mentre l’eroe romanzesco dei tempi moderni, il Leopold Bloom dell’Ulisse di Joyce, si vede, in una sua immaginaria odissea nello spazio, errabondo «fino all’estremo limite della sua orbita cometaria, oltre le stelle fisse e i soli variabili e i pianeti telescopici, derelitti e vagabondi del cielo».
Ma qual è dunque il fascino delle stelle? Probabilmente, esso è legato all’idea della morte. L’immutabile e remota perfezione degli astri è un perpetuo memento della nostra natura effimera, e una rappresentazione continua di una dimensione in cui tutto è immobile e per sempre quieto. Lo sapeva quell’uomo saggio di don Fabrizio, principe di Salina il quale, nel Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, in quel mondo dove si cambia tutto perché nulla cambi, si consola con l’immutabilità degli astri: «L’anima di don Fabrizio si slanciò verso di loro, verso le intangibili, le irraggiungibili. Come tante altre volte fantasticò di poter presto trovarsi in quelle gelide distese, puro intelletto armato di un taccuino per calcoli, per calcoli difficilissimi, ma che sarebbero tornati sempre».