E Salassiè soffiò i datteri alla Marina

Nel 1928 il Ras venne in Italia per stringere un trattato d’amicizia Sbarcò a La Spezia, a una banchina situata nel cuore dell’Arsenale

Nel 1928, Hailè Salassiè, che due anni dopo divenne Negus Neghesti, ossia imperatore d’Etiopia, era ancora Ras Tafari. Ma essendo cugino di Menelik II, nel 1916 era stato designato erede al trono e, in attesa di sedercisi, reggente per l’imperatrice Zauditu. Poteva, quindi, prendere decisioni di governo. E in virtù di tale facoltà, in quel ’28, venne a Roma, per sottoscrivere un trattato ventennale d’amicizia, conciliazione ed arbitrato con l’Italia. Mussolini, che sette anni dopo, dimenticando il trattato lo maltrattò, in quell’occasione fu tanto gentile da mandare un cacciatorpediniere, mi sembra il «Valerio Papa», a prelevarlo a Massaua.
In un primo tempo, era previsto che Ras Tafari, coi dignitari al suo seguito, sbarcasse a Napoli. Ma poi, il sottosegretario alla Marina, ch’era l’ammiraglio Giuseppe Sirianni, pensò che conveniva dare subito al principe etiopico, fin dallo sbarco, l’impressione di trovarsi in un Paese militarmente forte, agguerrito, bene armato anche sul mare. E decise che il cacciatorpediniere approdasse alla Spezia. A una banchina situata nel cuore dell’Arsenale. In modo da offrire immediatamente ai visitatori l’accigliata visione delle attrezzature militari marittime.
Ras Tafari arrivò alla Spezia verso le dieci di una mattina sul finire di marzo. Era accompagnato da Ras Makonnen, suo stretto congiunto, da Ras Destà, Ras Muloghetà e Ras Cassa. Tutti avevano in testa un cappello di feltro grigio a larghe falde e indossavano un mantello nero, allacciato strettamente al collo, che lasciava scoperti due palmi di pantaloni chiari, attillatissimi. Dopo i Ras, scesero dal caccia cinque o sei personaggi di rango visibilmente inferiore e alcuni servi. A un comando portato via dal maestrale, una compagnia di marinai in assetto di guerra, schierata lungo la banchina, presentò le armi. Mentre, dopo due squilli di tromba, la famosa Banda della Regia Marina, in formazione molto ridotta, attaccò una specie di lamento musicale ch’era l’inno etiopico e subito dopo la saltellante Marcia Reale. Tutti sull’attenti. Poi, scambio di saluti con gli ufficiali di Marina, in alta uniforme, e con le autorità civili in cilindro. Quindi, ecco avanzare verso Ras Tafari, tutt’e due vestiti alla marinara, un ragazzo già grandicello e una bimbetta che si stringeva al petto un mazzo di fiori bianco, rosso e verde. Il tredicenne Gian Carlo Fusco rivolse a Ras Tafari una corretta riverenza, sua sorella Franca, decenne, eseguì un perfetto inchino da dama di corte. Dopo di che, porse al Ras il mazzo di fiori, mentre il fratello, pancia in dentro, petto in fuori recitava:
Veuillez agréer, Altesse, ces fleurs qui avons choisis
de façons qui combinent le drapeau national.
C’est un modeste hommage, mais pourtant il vous dit
que nôtre bienvenu est affectueux et augural.
Ras Tafari ascoltò, rigido e inespressivo come un manichino, quell’infame quartina, la cui composizione era stata affidata dall’Ammiragliato al capitano di corvetta Giarrizzo barone Manfredi. In quanto proverbiale cornuto di una moglie francese. Poi, di scatto, il futuro Negus passò il mazzo tricolore a uno del suo seguito; allungò la destra color gianduia, con una sfumatura verdognola, per abbozzare due carezze ai marinaretti, mentre spremeva dalle labbra lilla un paio di «merci bien» e si voltò, con espressione interrogativa, verso il gruppo degli ufficiali in feluca e sciarpa azzurra. Il tenente di vascello Ponson de Regni conte Carlo, aiutante di bandiera dell’ammiraglio comandante il Dipartimento Navale, si fece avanti con una breve corsetta, si bloccò sull’attenti a due passi da Ras Tafari e declamò «Maintenant visite officielle à 1’Arsenal, jusque à midi! Ensuite, diner d’honneur au Cercle de Marina!».
S’era messo a piovigginare. Il marinaretto e la marinaretta avrebbero voluto tornarsene a casa. Ma in quanto mascottes del Dipartimento dovettero accordarsi alla visita e partecipare al pranzo d’onore.
Nel salone da ballo del Circolo di Marina era stata allestita una tavola a ferro di cavallo, apparecchiata con le posate e i piatti delle grandi occasioni. Il comandante del Dipartimento e Ras Tafari, che s’era tolto il mantello ma aveva tenuto il cappello, sedettero al centro del braccio più lungo. Gli altri occuparono un posto più o meno vicino al principe e all’ammiraglio a seconda del grado. I due marinaretti finirono in fondo al braccio di sinistra. All’ultimo momento, dopo alcune confabulazioni, fu deciso di non servire l’antipasto di prosciutto, nel dubbio (si riseppe in seguito) che qualcuno dei dignitari al seguito di Ras Tafari fosse musulmano. Quindi, i marinai in giacca bianca con alamari dorati arrivarono subito coi vassoi pieni di spaghetti. E qui va detto che lo chef del Circolo, Giuseppe Gargiulo, da Sorrento, rinomato per la sua eccellente cucina, aveva voluto rendere omaggio agli ospiti etiopici, presentando, in prima assoluta, i suoi «spaghetti alla diga». Conditi, anziché con le solite vongole veraci e con le consuete cozze, coi preziosi «datteri di mare». Mitili che possono essere considerati una specialità del golfo della Spezia. Dove, specie annidati negli scogli lungo la diga, se ne trovano in gran quantità e di dimensioni eccezionali. Mentre pochi e piccoletti sono quelli reperibili a Taranto e a Pola.
Quando un marinaio ebbe colmato di spaghetti il piatto di Ras Tafari, costui fissò per qualche istante la matassa di pasta, dalla quale facevano capolino i datteroni dal guscio dorato. Quindi ne prese uno e, guardandolo attentamente, si rivolse all’ammiraglio comandante del Dipartimento chiedendogli: «Qu’est-ce que c’est que ça?». «C’est une datte de mer!» rispose l’interpellato. «On l’appelle comme-ça pour sa ressemblance avec les dattes de palmier». Attorno alla tavola i marinai avevano smesso di servire e guardavano Ras Tafari. Il quale, a occhi socchiusi, s’introdusse il dattero fra le labbra lilla e lo succhiò rumorosamente. Assaporò. Spalancò gli occhi. Rivolse ai marinai un gesto circolare, per dire che continuassero a servire, poi indirizzò a quelli del suo seguito (tutti col cappello in testa come lui) una frase incomprensibile, ma dall’intonazione perentoria. E allora avvenne una cosa che per almeno una decina d’anni fu spesso argomento di conversazione al Circolo di Marina. Tutti gli etiopi seduti attorno alla tavola si diedero a pescare con le dita i datteri negli spaghetti ammucchiati nei vassoi sorretti dai marinai stupefatti, riempiendosene il piatto. Così che ai commensali italiani restarono gli «spaghetti alla diga» senza i datteri della diga. Soltanto i due marinaretti ebbero un dattero per ciascuno, cortesemente offerto da Ras Muloghetà.
(4. Continua)