E se le ossa di San Nicola tornassero in Turchia?

da Paestum (Salerno)

«In Turchia abbiamo un detto: le ossa soffrono se giacciono dove non dovrebbero». Ertugrul Günay, ministro della Cultura e del turismo, comincia il suo discorso affidandosi alla voce popolare. Qui a Paestum, dove si svolge la XIV Borsa mediterranea del turismo archeologico, è l’ospite d’onore in rappresentanza di un Paese che cresce nel turismo (30 milioni di presenze nel 2011) e investe nell’archeologia: basti pensare che sono 44 le Università straniere impegnate in scavi in Turchia, con oltre cinquemila persone all’opera. Il ministro turco ha un’idea fissa, comune a diversi altri Paesi della regione mediterranea (basti pensare all’Egitto e alla Grecia): quella del recupero dei beni culturali trafugati all’estero. Ne parla diffusamente in conferenza stampa e sembra riferirsi a ciò quando cita il proverbio sulle ossa. Poi però chiede un supplemento di attenzione e si rivolge agli italiani: «In futuro - dice con un sorriso enigmatico - si potrebbe anche parlare concretamente del ritorno in Turchia dei resti di San Nicola, che come è noto furono trafugati a Bari con un’operazione di pirateria».
Facile immaginare quali sarebbero le reazioni nel capoluogo pugliese, dove le ossa del santo divenuto patrono della città sono custodite da quasi mille anni. La tradizione riferisce che le reliquie, che si trovavano nella città di Myra, in Licia, furono traslate trionfalmente da 62 marinai baresi il 9 maggio 1087, al termine di una missione condotta con tre navi a quel preciso scopo, essendo la città del santo caduta in mani musulmane. Tale era l’importanza che veniva attribuita a quei resti che fu subito decisa la costruzione di una nuova grande chiesa destinata a ospitarle. Già l’1 ottobre 1089 le reliquie di San Nicola furono trasferite nella cripta della nuova basilica a lui dedicata alla presenza di papa Urbano II.
È noto che con questa operazione i baresi batterono in velocità i veneziani, che pure avrebbero voluto per sé i resti del santo. Tanto che quando nel 1099 giunsero a Myra durante la prima crociata riuscirono a recuperare frammenti ossei rimasti nella tomba durante il trafugamento di dodici anni prima, li portarono a Venezia e li collocarono nella basilica di San Nicolò del Lido, dove per secoli si tenne la cerimonia dello «sposalizio del Mare».
Nicola, vissuto in Licia e morto a Myra nel 343, è venerato come santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e da diverse altre confessioni cristiane. È celebre nel mondo anche perché la sua figura ha dato origine al mito di Santa Claus, meglio noto come Babbo Natale. Difficile che la Turchia musulmana, il cui governo laico ha una politica di rispetto verso tutte le confessioni religiose, possa pretendere, mille anni dopo, il ritorno «in patria» dei suoi resti. Non foss’altro perché pretese di questo genere aprirebbero, per restare a una metafora «archeologica», il classico vaso di Pandora.