E se persino un frate con il saio diventasse politicamente scorretto?

Come ogni anno, rispunta puntuale la polemica sul presepe e su una presenza che caricherebbe di angoscia la sensibilità dei bambini musulmani, fino ad arrivare ad offenderli: ed allora è di loro che dobbiamo parlare, visto che il divieto scatta per lo più negli istituti scolastici. Peraltro non va dimenticato che la Carta dei diritti dell’Unione europea sancisce all’articolo 10, «la libertà di manifestare la propria religione o la propria convinzione individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservazione dei riti».
Non c’è dunque spazio per l’equivoco, in quanto la disposizione è esaustiva e ha il pregio di essere inclusiva: come un corretto rispetto e rapporto con la laicità pretende. Tuttavia ai detrattori del presepe e a quanti sostengono che la sua presenza sia culturalmente ingombrante, andrebbero poste alcune domande: considerato che tale simbolo richiama alla mente il vissuto che è riscontrabile quotidianamente nella vita (seppur con le dovute distinzioni dovute in ordine all’epoca dell’evento), qual è la fonte del turbamento? Veramente ci può essere dato a pensare che un musulmano soffra nella propria sensibilità, se per ipotesi fa una gita bucolica in quel di Nimis, tra galline, vacche, fattorie, campi, contadini e fabbri? O che medesimo sentimento lo provi qualora nel corso di una gita scolastica in Carnia si imbatta in un falegname, od artigiano che intarsia il legno e lavora la paglia? O che possa provare un senso di risentimento religioso alla vista di una fila indiana di neonati in un reparto di ostetricia? Eppure sono le medesime situazioni che il presepe ripropone.
E se il simbolo di una religione, ostentata in un luogo pubblico, accessibile a tutti, deve essere per alcuni oggetto di censura, che ne facciamo allora delle croci, delle chiese e dei simboli che permeano ogni angolo delle nostre città? Le demoliamo? Proponiamo percorsi alternativi ai cittadini islamici in modo da non procurare loro inconvenienti visivi? E di tutti i luoghi geografici che racchiudono tali presenze, che ne facciamo? Un frate con il saio è ancora una figura culturalmente legittimata ad esibirsi in tale concia, oppure quell’indumento è da considerarsi non politicamente corretto ed oggetto di possibili gravi disordini alla crescita di bambini di sei, otto, dieci anni?