E Socrate disse: «Tu sai cos’è la vita?»

La battaglia era finita da settimane, lassù al nord, alla fortezza di Potidea. Ma solo adesso i carriaggi erano in vista delle mura di Atene. Riportavano a casa le ceneri dei caduti, i feriti e i superstiti. La città era in guerra con Sparta, da anni. Ed era in ginocchio. L’armata cadeva in pezzi. Tra i colpiti c’era la recluta Kroisos. Una mazza spartana gli aveva aperto l’elmo come un melone marcio. Il trauma l’aveva lasciato simile a un tronco d’albero. I suoi compagni pestavano polpa dolce di fico in una gavetta di rame, infilandogliela tra le labbra. Gli aprivano con la punta di una spada i denti serrati, per fargli cadere in gola poche gocce d’acqua e di miele. L’arteria del suo collo pulsava. Fioca, ma pulsava. Trasìbulo, comandante del reparto, aveva dato un ordine. Basta, mantenerlo. Basta con queste smancerie da donne. Il ragazzo era un peso morto, ormai. Che la sua anima si staccasse dalla carne. Andasse all’Ade, dagli antenati, o dove diavolo andava l’anima di un soldato. Se pure c’era, un’anima. Trasìbulo aveva visto sgorgare dai corpi viscere, fluidi, poltiglia cerebrale. Ma nessuno spirito starnazzante, mai, volare via dalla bocca o dalla ferita, come farneticavano i poeti.
«Gli Spartani l’avrebbero già lasciato ai corvi!», sbraitava l’ufficiale, per giustificare la sua linea, davanti alla gente che si raccoglieva in silenzio all’ombra del grande platano, all’agorà di Atene, quando si era sparsa la notizia che Kroisos aveva le ore contate.
«Ma noi non siamo Spartani, Trasìbulo...». Era la voce tranquilla di un civile, seduto sui gradini del portico. Corpulento. Quasi calvo. Grandi occhi indagatori. «Socrate!», mormorò la folla. «Tu sai tutto, della vita e della morte. Non è così, amico mio?». Ora il filosofo apostrofava direttamente l’uomo. «L’ho vista mille volte in faccia, sul campo», rispose il militare, sulla difensiva, serrando la destra sull’impugnatura della daga. «Hai detto bene» replicò Socrate, alzandosi «hai visto tante forme. Ma la morte in sé, la sua sostanza, dimmi, Trasìbulo, l’hai mai vista?». «So cos’è la vita!» cambiò discorso, imbarazzato, il comandante. «È quando hai coscienza, hai volontà. E dura finché provi piacere, a tracannare un boccale, ad abbracciare una donna, a sbudellare un nemico. O senti dolore, perché perdi un compagno di schiera, o una battaglia. E, il ragazzo, qui, ormai...» concluse Trasìbulo, indicando Kroisos, esanime sulla barella di rozze assi.
Dal pubblico si alzò un mormorio di approvazione. «Coscienza e volontà» ripeté come un’eco il filosofo, ma con una vena d’ironia nella voce. «Mi sembri sicuro di conoscerle, queste due cose. Esaminiamole, allora. Ti va?». «E perché no?» rispose il soldato, appoggiando lo scudo al platano. «La coscienza, Trasìbulo, è coscienza di nulla - come quando dormi un sonno profondo, senza sogni ed emozioni - o di qualcosa?». «Di qualcosa» rispose l’uomo. «Puoi essere più preciso?» incalzò Socrate «qualcosa di finito, o di infinito? Come quando calcoli i numeri. Pensi a una cifra enorme, ma se aggiungi un’unità, il conto aumenta. All’infinito. È così, o no?». «Certo», ammise l’interlocutore. «E le gocce d’acqua salata nel mare, le stelle in cielo, i granelli di polvere...». «Infiniti anche quelli», mormorò Trasìbulo. «E tu pensi di abbracciare tutto questo con la mente?» domandò Socrate. «Certo che no...», fu la risposta obbligata. «La coscienza, se contiene tutto ciò che abbiamo detto, ne è più grande o più piccola?». «Più grande», rispose l’uomo. «Bada di non cadere in contraddizione, amico» sorrise Socrate, «tu dici di non comprendere il più piccolo, ma di afferrare il più grande. Mi pare un controsenso. La verità, amico mio, è che della coscienza tu sai poco o niente».
Trasìbulo chinò gli occhi a terra. «La volontà, adesso» riprese Socrate. «Rispondi: volontà si può definire come il rifiutare qualcosa? Come quando un nemico ti propone una resa disonorevole?». «Eh, sì» esclamò Trasìbulo, che si sentiva più a suo agio, con argomenti che riguardavano il mestiere delle armi. «Quindi, come logica conseguenza, anche di accettare qualcosa?» aggiunse il maestro. «Come no?» rispose controvoglia l’improvvisato allievo, sotto torchio. «Dimmi, Trasìbulo, Kroisos, qui, accetta o no il cibo e il bere che i suoi compagni opliti gli preparano?». «Lo accetta», rispose l’ufficiale. «E accetta anche l’aria che gli entra nel petto dalle narici e dalla bocca?». «Sì». «Dunque ha una volontà» concluse Socrate «l’hai detto tu».
La folla, intorno, cominciava a rumoreggiare. «Passiamo adesso al piacere e al dolore che, secondo te, sono le altre basi della vita». Socrate torreggiava davanti all’interlocutore, con le braccia conserte. «Sei ben sicuro di conoscere queste realtà, di sapere che cosa sia l’uno e che cosa sia l’altro?». «Senza il minimo dubbio», azzardò Trasìbulo, battendosi il petto con il pugno. «Piacere è guidare una squadra all’assalto, e far baldoria con vino e donne allegre la notte della vittoria...» spiegò il soldato gesticolando. «Su, rispondi» lo interruppe il filosofo «quando un gruppo di persone ascolta rapite le parole di un poeta, prova piacere? O quando degli intenditori d’arte ammirano i quadri di Polignoto e le statue di Fidia? O gli appassionati di musica ascoltano un virtuoso della cetra? O uno studioso di geometria esamina le linee e le figure della sua materia? O un astronomo scopre una stella nuova in cielo? Sono piaceri, questi, o no?». «Roba da deboli!» ribatté l’ufficiale, con disprezzo «beh, può darsi, insomma non lo so, io personalmente non li ho mai provati, questi tipi di piacere...» ammise, alla fine. «Anche in questo campo non sei un’autorità, ammettilo...» Socrate rigirava il coltello nella piaga.
«Passiamo al dolore. Vedi, Trasìbulo, quel bimbo in braccio alla madre, laggiù...» disse l’inquisitore implacabile, indicando un piccolo che frignava, strofinandosi le guance. «Il sole gli ha arrossato la pelle del viso, lui prova dolore, reagisce piangendo e la madre cerca di consolarlo, e ora lo protegge con il suo velo. Il sole ti fa lo stesso effetto, soldato?» domandò il filosofo. Trasìbulo accennò a un ghigno beffardo, passandosi le dita sul viso di cuoio, ispido di barba, cotto dal calore di infinite giornate sui campi di guerra. «Ammettilo, ottimo amico» disse Socrate scuotendo il capo «tu di coscienza e volontà, di piacere e di dolore, insomma di vita e di morte, ignori la maggior parte. Possiamo dire che, in questo settore, sei un ignorante?». «Ammettiamolo, Socrate» bofonchiò Trasìbulo, che era un uomo leale. «Ora dimmi» incalzò il filosofo «quando sul terreno di battaglia dai un ordine - Attaccare! Ritirata! Aggirare l’ala nemica! e altre manovre del genere... - lo fai dopo aver calcolato bene tutto, da esperto che sa, o da ignorante, che non sa?». «Da esperto, Socrate! Tengo conto di tutto, della forza del vento, della luce del sole, della direzione in cui si alzerà la polvere...». «Benissimo» commentò Socrate «e quando ti accorgi che l’ordine ti è sfuggito dalle labbra troppo presto, quando ancora ignoravi qualcosa, cioè quando eri ignorante, ebbene, che cosa fai?». «Ritiro l’ordine, Socrate» bisbigliò Trasìbulo, appoggiandosi al platano, come in cerca di un appoggio amico.
«Non ho altro da dirti, amico» concluse Socrate. E si allontanò, sfiorando con una carezza il volto immobile di Kroisos.