E la Via della Speranza è una lunga marcia per trovare l’Ovest a Est

Un’interminabile
processione parte
da Xi’an, l’antica
capitale, diretta
verso la ricchezza. Sulla statale 312
contadini e operai
migrano a Shanghai.
Inseguendo il miraggio
del capitalismo di Stato<br />

nostro inviato sulla Statale 312

Sulla strada. Bisogna andare on the road per cercare di capire che cosa sia la Cina fuori dalla patinata e perfettina immaginedella Pechino olimpica. Sulla strada significavedere la Grande emigrazione, le centinaiae centinaia di migliaia di camion, pullman, autobus, macchine, motorette, furgoncini, biciclette che la attraversano, la campagna che si riversa nelle città, perché è lì il futuro, l’illusione e a volte la salvezza.

È una lunga marcia dal nord al centro e poi giù al sud, lungo direttrici plurisecolari e che ancora adesso segnano il cammino della speranza. Xi’an fu laprima capitale, nella fertile valle attraversata dalfiumeWei.Sesalivi a ovest, verso i deserti e le montagne, prendevi la «Via della Seta», se scendevi verso est toccavi Nanchino, incrociavi il FiumeGiallo earrivavi a Shanghai e al mar della Cina... Se oggi la prima appartiene più al mito che alla realtà, la seconda, simboleggiata dalla Statale 312, è una sorta di polmone esistenziale ed economico del Paese.

Per certi versi, è come la Route 66 americana cara alla generazione dei Kerouac e di Easy Rider, ma ha ragione Rob Gifford, l’autore di China Road, quando dice che il paragone più appropriato è quello con il manto stradale che nella Grande depressione della fine degli anni Venti vide i contadini e i braccianti americani migrare verso l’Ovest californiano, l’esercito di disperati in fuga dalla fame raccontato dallo Steinbeck di Uomini e topi e di Furore... Qui, sulla 312, nessuno viaggia per hobby, per spirito di libertà e di indipendenza: si viaggia per la vita, per riuscire, per essere accettati, per far parte della nuova economia cinese. A fianco le corre l’Autostrada A11, una delle innumerevoli arterie che una nomenklatura di ingegneri (ce ne sono bennovenell’esecutivo del Politburo che governa questo gigantesco Paese) ha fatto costruire nell’ultimo ventennio. Ma le autostrade costano, mentre sulla 312, una guodoo, una strada nazionale, non si paga e quindi si percorre gratis la strada della speranza.

Xi’an ne è il nostro punto di partenza. Oggi la chiamano la Città eterna, ma ancora prima dell’anno Mille il suo nome di capitale, Chang’an, stava per Pace perpetua, contava un milione di abitanti, era la più grande e più cosmopolita città del mondo. Dieci secoli prima, nel 200 a.C., era stata la residenza di Shihuangdi, il primo imperatore della Cina, il fondatore della dinastia Qing, guerriero sanguinario, sovrano impietoso, architetto visionario. Ingabbiò la realtà feudale del suo tempo, impose un sistema unico di pesi e di misure, uniformò la scrittura, fece erigere la Grande Muraglia. «Bruciare i libri e innalzare monumenti è il compito abituale dei principi. Ciò che è notevole in Qing Shihuangdi è la grandiosità con la quale si è adoperato per assolverlo ». In questa frase di Borges è delineato il suo destino e il suo carattere, nonché quella che, dopola celebre scoperta archeologica, è stata definita «L’Armata dell’Eternità»: settemila statue di terracotta a grandezza quasi sovrumana, armate e corredate di ciò che serve aun imperatore, al suo esercito, alla sua corte: gioielli, vasellame, oggetti di cultoediusocomune.Vederla nel luogo dove venne ritrovata, a una trentina di chilometri da Xi’an, è commovente e impressionante.

Non è un caso che il regista Zhang Yimou abbia filmato alcune di quelle statue nella sontuosa cerimonia di apertura delle Olimpiadi, perché incarnano la stessa idea della Cina di Hu Jintao: unita, potente, governata dall’alto, con un sistema politico che non tollera confronti. Girando per Xi’an cominci a capire perché il termine nazione, o Paese, alla Cina stia stretto, e si dovrebbe parlare di continente o, meglio, di impero. Sono 55 i gruppi etnici riconosciuti che ne fanno parte, e altri 400 quelli non ufficiali. Per Pechino sono tutti zhong guo zen, popolo del Regno di mezzo, cinesi, insomma. Ma non è così semplice. «Nel linguaggio comune, noi cinesi, contadini o operai, studenti o impiegati, ci definiamo lao bai xing. Vuol dire “i vecchi cento nomi”, perché si dice che all’origine della storia cinese questo fosse il numero delle famiglie esistenti...».

Ho tirato su Hua che ero fermo a mangiare una fetta di anguria subito dopo Huà Sham, un paio d’ore di viaggio da Xi’an. Rispetto alle autostrade che collegano fra loro i grandi centri, la 312 costeggia la campagna e la taglia, incrocia paesi piccoli e grandi, vede sfilare al suo fianco mercati, bancarelle di frutta, chioschi, biciclette che hanno una bombola di gas legata alla parte posteriore del telaio e sono una sorta di cucina da campo, di mini-ristorante da asporto che vende ravioli al vapore e tagliatelle di riso. È stata l’auto con cui io e l’interprete ci muoviamo, una Volvo, ad attrarre la sua attenzione, perché Hua sa tutto sulla tecnologia occidentale e infatti mi dice che il mio computer è vecchio, e anche il mio telefonino e il mio orologio... L’auto no, è una meraviglia (e infatti non è mia).

Hua ha vent’anni, è figlio unico, pensa solo a se stesso e pensa all’occidentale. Sogna di andare a vivere e a lavorare a Shanghai: «I miei hanno messo da parte i soldi e mi aiuteranno. Me lo devono» dice. Sogna di diventare ricco. Ma questo, gli dico, non glielo deve nessuno. Com’è la campagna cinese? Per molti versi stringe il cuore, in ritardo rispetto all’Italia del primo ’900. Infatti la «riforma agricola» è l’obiettivo principale del nuovo piano quinquennale del Partito. Sono state tolte tasse, promessa la scuola gratuita, previsto un sistema assicurativo sanitario. La corsa frenetica verso il «capitalismo di Stato» ha provocato uno sconquasso: ai contadini è stata tolta ogni protezione sociale, ha provocato il loro esodo, ne ha sconvolto il sistema di vita e la «politica del figlio unico» adesso impedisce che si formino nuove famiglie: non ci sono mogli sufficienti. Al tempo stesso, è divenuta una sorta di volano che per la prima volta ne ha rimessoin gioco energieevelleità, desideri di trasformazione, l’idea di poter cambiare, ricominciare.

La Grande migrazione è un rimescolamento sociale che riguarda 250 milioni di persone, ma dietro di esse c’è una massa di altri 500 milioni che spesso ancora lotta per la sopravvivenza. Da Xi’an a Shanghai ci vogliono meno di due ore di aereo ma è un giorno intero di trenoealtrettanto di autosulla 312. La «testa del dragone » cinese è come una calamita: attira e convoglia su di sé. «Per l’Expo del 2010 lì vedrà la luce la prima città ecologica della Cina. Macchine elettriche, energia solare, area verde, sistema integrato di rifiuti, un progetto che riguarda un’area di oltre 300mila metri quadri, l’intera isola di Chongming, che verrà collegata con un tunnel sotto il fiume Yangtze di undici chilometri. Ecco come Shanghai parla al futuro. Si rifà tutto da capo, niente sarà mai più come prima».

A cena a Xinyang, Zhu, che commerciamateriale elettronico a Nanchino, vede così Shanghai: l’emblema di tutto ciò che è nuovo, l’esatto contrario di ciò che per secoli è stata la Cinaedi ciò cheadesso non vorrebbe più essere. Agli inizi del ’900, Lu Xun, il suo romanziere più significativo, non la pensava molto diversamente, se scriveva che persino la lingua, i caratteri di cui era composta, andava abbandonata. «Lo so, è un’eredità preziosa. Ma l’alternativa è fra il sacrificare lanostra tradizioneonoi stessi. Che cosa sceglieremo?».

Prima di andare a dormire, riprendo il fondamentale, per il mio viaggio, China Road di Gifford, uno che la 312 l’ha percorsa per tutti i 3mila e passa chilometri su cui si snoda. Si apre con una citazione ancora di Lu Xun: «Non si può dire che esista la speranza,maneppurenegarlo. Ècomele stradeche attraversanola terra.Perchéin realtà sulla terra non ci sono strade che cominciano, ma quando in molti si va nella stessa direzione, allora una strada è nata». È ciò che i cinesi stanno cercando di fare.