E la spiaggia della morte ora è il paradiso del surf

Dopo il disastro, Kabic è diventata un polo d'attrazione per i giovani haitiani e i turisti canadesi e americani

/ Marco Gualazzini

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Jacmel (Haiti) - Sdraiato sulla tavola da surf, Emmanuel controlla il respiro mentre è cullato dal dolce ritmo del mare caraibico. La prua è rivolta verso la spiaggia di Kabic, poco distante da Jacmel, nel sud di Haiti. Alle sue spalle, nella cornice del tramonto, le onde si susseguono, si formano, si alzano e poi si chiudono. Emmanuel le osserva come se le conoscesse, poi vede quella giusta, quella che non si infrangerà troppo presto e che potrà essere cavalcata. Comincia a remare con le braccia, con sempre più forza, poi, coglie l'attimo e si rizza sulla tavola. Piega leggermente le ginocchia e apre le braccia per mantenere l'equilibrio, piantando bene i piedi sulla tavola da surf: percorre tutta la cresta prima di lanciarsi in mare, tra gli applausi degli altri ragazzi che, come lui, hanno trovato nel surf la loro rivincita sul terremoto.

La città di Jacmel infatti, come l'intera isola, è stata colpita dal sisma che cinque anni fa ha distrutto l'intero Paese. «Io giocavo a pallone come tutti i ragazzi di Haiti e il mio sogno era diventare un calciatore del Real Madrid - racconta Emmanuel Andriis, 23 anni -. Ma qui i sogni non costano nulla, ce ne sono in abbondanza. Poi, però, la realtà frantuma ogni speranza: il terremoto di cinque anni fa ne è la prova». Manu, come lo chiamano gli amici e i colleghi, racconta i giorni del sisma a Jacmel, dove sono morte 500 persone e il 70% degli edifici è andato danneggiato o distrutto. «La mia casa è crollata; fortunatamente in quel momento sia io sia i miei familiari eravamo in città. Molte persone che conoscevo però sono morte e altre ferite. È stato terribile. Noi abbiamo vissuto per un anno in una tendopoli». Poi, un giorno, trovandosi sulla spiaggia, Emmanuel ha visto alcuni ragazzi con le tavole e ha deciso di imparare. Oggi, oltre a essere uno dei più promettenti surfer di Jacmel, è anche uno degli istruttori che fanno parte di Surf Haiti, l'associazione nata dopo il sisma con l'obiettivo di dare un futuro ai ragazzi dell'isola e di rilanciare il turismo. Promotori dell'iniziativa sono stati due medici hawaiani, Ken Pierce e Alan Potter, arrivati nel Paese per prestare aiuto all'indomani del terremoto. Hanno importato le tavole e cominciato a insegnare i basilari agli adolescenti, accrescendo, giorno dopo giorno, l'interesse dei giovani per questo sport. Oggi, a distanza di cinque anni, l'associazione è gestita da due cooperanti francesi, Joan Mamique di 38 anni e Chris Dauba, di 41. «Ci sono 32 persone che fanno parte di Surf Haiti - racconta Chris, mentre incera la tavola all'ombra di un palmizio -. Il nostro progetto è rilanciare il turismo attraverso questo sport e dimostrare che è sempre possibile rimettersi in piedi, anche dopo una tragedia come quella che ha colpito l'isola. Ogni settimana, infatti, decine di haitiani emigrati e turisti, prevalentemente francesi, canadesi e americani, vengono a Kabic per surfare o imparare a farlo - aggiunge -. La difficoltà maggiore è che mancano le strutture turistiche e quelle che ci sono hanno costi elevati. I visitatori rimangono quindi nella Repubblica Dominicana. Ma noi stiamo lavorando anche su questo fronte».

Scende la notte e la strada costiera che collega Jacmel con la spiaggia di Kabic è avvolta dal buio, a punteggiarla solo le luci di alcune case. Si accendono però i suoni. Provengono dall'unico locale con musica dal vivo della zona. È qui che di notte si radunano i surfisti: i «veterani» si confrontano con le nuove leve e, intorno a un tavolo come una grande famiglia, parlano della giornata e discutono del futuro. Soprattutto di come cavalcare l'onda che permetterà all'isola di rinascere.

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