E il suo Gesù seduce gli increduli

Il Gesù di Nazaret di Benedetto XVI è stato una sorta di picco, ma da tempo l’interesse per la figura di Cristo è in ascesa, come attestano le pubblicazioni, i dibattiti, gli interventi di ogni genere e qualità che hanno affollato le librerie, le televisioni e persino i discorsi comuni. Ebbene, noi vorremmo ora – ovviamente in modo molto semplificato e soltanto emblematico – delineare il profilo del “Gesù degli altri”, cioè dei non cristiani. Come diceva un ormai dimenticato Alfredo Oriani, scrittore “laico” dell’Ottocento, «credenti o increduli, nessuno sa sottrarsi all’incanto di quella figura, nessun dolore ha rinunciato sinceramente al fascino della sua promessa». Significativa è, al riguardo, la testimonianza di uno che aveva fatto di tutto per evitarlo, il poeta russo Aleksandr Blok. In piena rivoluzione sovietica, nel 1918, componeva il poema I Dodici e confessava: «Quando l’ebbi finito, mi meravigliai io stesso: perché mai Cristo? Davvero Cristo? Ma più il mio esame era attento, più distintamente vedevo Cristo. Annotai allora sul diario: “Purtroppo Cristo. Purtroppo proprio Cristo!”». Aveva un bel dire Nietzsche nel suo Anticristo che Gesù era stato «l’unico cristiano della storia, finito però in croce», nella convinzione comunque che era morto troppo presto: «se fosse giunto alla mia età, avrebbe ritrattato lui stesso la sua dottrina» (in Così parlò Zarathustra). In realtà – e venti secoli di storia stanno lì ad attestarlo – aveva più ragione il meno famoso autore greco dell’Ultima tentazione di Cristo, Nikos Kazantzakis, quando sulla falsariga del vangelo di Giovanni, immaginava quella fine, avvenuta su uno sperone roccioso di Gerusalemme detto in aramaico Golgota (cioè Cranio, in latino Calvario), così: «Levò un grido di trionfo: “Tutto è compiuto!”. Ma fu come se dicesse: “Tutto comincia!”». Ed effettivamente da allora è iniziata una storia di confronti e scontri con Cristo, di creazioni fantastiche (pensiamo agli apocrifi), di arte, di pensiero, di rigetti veementi, di appropriazioni indebite, di degenerazioni, di amori appassionati fino al martirio. Se il Miller del Tropico del Cancro giungeva al punto di farsi incidere una croce sulla suola delle scarpe per poter calpestare in ogni passo Cristo e la sua religione, c’era però un genio supremo come Dostoevskij che non esitava a scrivere nel 1854 alla Fonzivina: «Arrivo a dire che se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità».\
A confrontarsi con Gesù era stato subito il suo stesso popolo, l’ebraico, e sarà da allora un continuo e reciproco scontro e incontro, simbolicamente rappresentato in una frase del suggestivo scritto Fratello Gesù dell’ebreo tedesco Schalom Ben Chorin (1967) rivolta ai cristiani: «La fede di Gesù ci unisce, ma la fede in Gesù ci divide». È ovvio, infatti, che l’ebraismo religioso di Gesù è lo stesso di quello creduto e praticato da Israele, ma la sua “pretesa” di messianicità e di divinità accolta e professata dai cristiani segna un solco divisorio radicale. Eppure un ebreo come Kafka all’amico Gustav Janouch che lo interrogava su Cristo rispondeva: «Questo è un abisso di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitare». Analogo sarà l’incrocio con l’islam, che assorbirà per osmosi tanti temi ed eventi evangelici, anche attraverso deformazioni gnosticheggianti, come nel caso della tesi del “sosia” in croce (Gesù non sarebbe morto crocifisso, perché troppo ignominioso per un profeta come lui, ma sarebbe stato sostituito da un altro ebreo, forse da Giuda o dal Cireneo). Ben 15 sure e 93 versetti del Corano parlano di lui e lo celebrano come masih, “messia”, rasul, “inviato” profetico di Dio, “parola di Dio”, perfetto muslim, cioè credente totalmente “sottomesso” alla volontà divina. Tuttavia rimane anche qui la pietra d’inciampo della divinità: «O uomini del Libro, non superate il limite della vostra religione e su Dio dite solo il vero! Gesù, il messia, figlio di Maria, è soltanto l’inviato di Dio, la sua parola deposta in Maria, è uno spirito che viene da lui. Credete in Dio e nei suoi inviati, ma non dite mai: Tre!... Dio non è che un solo Dio. Lungi dalla sua gloria avere un figlio!» (Corano 4, 171). \ Nel 1972 in un suo saggio il filosofo marxista praghese Milan Machovec si è interessato anche sul cosa sia Gesù per gli atei.\ La teologia nei secoli ha elaborato immani architetture cristologiche. L’agnosticismo ha cercato di “smitizzare” Cristo trattenendolo nel grembo esclusivo dell’umanità ora come un eroe rivoluzionario, ora come un Ercole potente (Ronsard), ora come un Orfeo ammaliatore (Jouve e Pierre Emmanuel), ora come l’incarnazione di un ideale morale altissimo (Tolstoj), ora come un supremo maestro di etica, simbolo dello spirito umano (Hegel), ora come un perfetto e superiore Socrate (Rousseau), ora come la «figura dolce e semplice» dell’umanità, antitetica all’intolleranza della Chiesa (Voltaire), ora come «il mediatore senza il quale ogni comunicazione con Dio è soppressa» (Pascal), ora appropriandosene per finalità sociopolitiche (i contemporanei “teocon” e “atei devoti”) e altro ancora. Lo si è rigettato perché alfiere «dei cuori puri, dei sofferenti e dei falliti» (Nietzsche) o relegato tra gli utopisti e i «vagabondi flagellati» (Hugo) e persino ridotto a una caricatura (Anthony Burgess e Gore Vidal) o a un’appassionata blasfemia (José Saramago), a una paradossale fede “atea” liberatrice dagli incubi sacrali (Bloch) o enfaticamente esaltato come «il più grande Rovesciatore, il supremo Paradossista, il Capovolgitore radicale e senza paura» (Papini). Un credente adamantino come Mauriac confessava nella sua famosa Vita di Gesù (1936): «Non avessi conosciuto Cristo, “Dio” sarebbe stato per me un vocabolo vuoto di senso. \ Il Dio dei filosofi e degli eruditi non avrebbe occupato nessun posto nella mia vita morale. Era necessario che Dio s’immergesse nell’umanità e che a un preciso momento della storia, sopra un determinato punto del globo, un essere umano, fatto di carne e di sangue, pronunciasse certe parole, compisse certi atti, perché io mi gettassi in ginocchio». \
Pubblicando nel 1985 a Yale, negli Stati Uniti, un’opera su Gesù attraverso i secoli e il suo posto nella storia della cultura, Jaroslav Pelikan scriveva: «Al di là di ciò che ognuno possa personalmente pensare o credere di lui, Gesù di Nazaret è stato per quasi venti secoli la figura dominante nella storia della cultura occidentale». Nei volti mutevoli sotto cui Gesù è stato raffigurato si ha lo specchio delle inquietudini, delle speranze, della fede, dell’attesa, del dubbio e del rifiuto dell’umanità.\ Era stato un marxista come Ernst Bloch nel suo Ateismo nel cristianesimo a cercare di spiegare quanto sia inquietante quell’interrogativo anche per l’agnostico di oggi: «In Gesù non venne inchiodato sulla croce un fanatico inoffensivo, ma fu l’avvento di un uomo che inverte i valori del mondo presente». Ed è per questo che molti come Borges confessano: «Il suo non è il volto dei pittori. È un volto duro, ebreo. Non lo vedo, ma insisterò a cercarlo fino al giorno dei miei ultimi passi sulla terra».