E in Tunisia sfidano la legge per indossarlo

Le donne si riavvicinano al velo nonostante 50 anni di riformismo laico. L’esperto: «È un ripiegamento identitario incoraggiato dalle tv satellitari»

Marcello Foa

Tre anni fa quasi nessuna ragazza indossava il velo; di certo non in pubblico. Un anno fa ne vedevi qualcuna di più, diciamo una su dieci; talvolta persino in università. Ma ora, secondo Le Monde, sarebbero una su quattro nelle città e addirittura tre su quattro nei villaggi più arretrati. Stiamo parlando di un Paese del Maghreb e dunque, a rigor di logica, queste cifre non dovrebbero stupire. Ma c’è un dettaglio, difficilmente ignorabile: quel Paese è la Tunisia, dove il velo è vietato dal 1956. E chi lo porta rischia l’arresto.
Eppure neppure il rischio di finire nei guai dissuade le donne dall’indossarlo, come d’altronde accade in tutto il mondo islamico. Talvolta sotto costrizione del marito o della famiglia; ma frequentemente per libera scelta, rinnegando lo straordinario processo di laicizzazione, avviato cinquant’anni dal padre dell’indipendenza, Habib Bourghiba, e proseguito dal suo successore, l’attuale presidente Ben Ali. Nel mondo arabo la Tunisia è il Paese che simboleggia l’Islam moderato e socialmente progredito. Per accorgersene basta camminare per il centro citta, lungo il mare o per i quartieri residenziali come La Marsa. Le ragazze si vestono all’occidentale, frequentano i locali alla moda, vanno in discoteca. Con la maggiore età votano alle elezioni, la poligamia è stata abolita e il matrimonio è libero e consensuale; quando la coppia non funziona non esitano a chiedere il divorzio, che viene concesso dai tribunali con grande facilità.
Il governo continua a ribadire che queste conquiste sociali non verranno mai rimesse in discussione; ma in realtà sembra smarrito di fronte al riflusso islamico; dà l’impressione di non sapere quale strategia seguire per contrastarlo. E dunque la parola d’ordine è di minimizzare e, più frequentemente, ignorare. Certo, di tanto in tanto parte qualche retata, soprattutto nei quartieri o nei Paesi più «contagiati»: i poliziotti perquisiscono i negozi che vendono abbigliamento femminile islamico e sequestrano qualche pacco di foulard; alle donne velate intimano di rispettare la legge, minacciandole di arrestarle; ma poi tutto finisce lì. Dopo qualche giorno i negozi ricominciano a esporre la mercanzia «proibita» e le signore col velo a circolare senza remore, talvolta recandosi persino al lavoro, anche quando sono impiegate nell’amministrazione pubblica: segretarie, funzionarie, insegnanti.
Di certo è un fenomeno sociale trasversale, che non può essere spiegato con la povertà. Le Monde cita la testimonianza di Samia, una docente di diritto, che racconta come sua nipote si rifiuti di andare nelle case dove ci sono dei cani «perché sono impuri e in loro presenza non si possono recitare le preghiere»; la descrive come un’adolescente che declina gli inviti alle feste dei compagni di classe perché non accetta l’idea che le possano offrire bevande alcoliche. Il punto è che la sua famiglia è tutt’altro che fondamentalista, ma agiata, francofona ed evoluta.
Ma allora perché tante ragazze rinnegano la modernità? La risposta più frequente è: «Ne sento semplicemente il bisogno». Il loro appare come un ripiegamento identitario. «Il velo non ha una valenza politica, ma culturale», spiega al Giornale Hamadi Redissi, docente di Scienze politiche all’università di Tunisi. Benché ritenga esagerate le statistiche riportate da Le Monde, riconosce che la tendenza esiste. Ritiene che sia decisiva «l’influenza delle tv satellitari: guardando al Jazeera, Al Arabya e gli altri canali, la gente si rende conto che la laicità del loro Paese è un’eccezione nel mondo islamico, che però non è diventato un modello per gli altri». E dunque scatta il conformismo: «Vedendo in televisione che la maggior parte delle donne porta il foulard islamico, anche qui molte si convincono che questo sia il modo giusto di essere musulmane, di essere pure». E se a predicare certi «valori» sono predicatori di bell’aspetto e carismatici, come il popolarissimo Amr Khaled, sulla rete religiosa Iqra, il messaggio ha ancora più presa. «Lui ci parla di religione; ci insegna a rispettare l’altro, a obbedire ai nostri genitori. Io lo adoro», esclama Imen, che le Monde descrive come una bella ragazza con il volto incorniciato da un cupo foulard nero, il cui scopo esistenziale è di «diventare una buona musulmana».
Il problema è che l’assenza di un dibattito finisce per fare il gioco degli integralisti. Secondo il professor Redissi «solo avviando un confronto pubblico, all’occorrenza anche acceso, si può contrastare l’islamizzazione della società».
E l’urgenza di una reazione è evidente, considerando che in certe province del sud l’Islam più arretrato è già radicato; come a Kairouan, una città a 200 chilometri dalla capitale, dove la verginità continua a essere giudicata di estrema importanza e dove quasi tutti i matrimoni sono combinati. Le tradizioni tribali si incrociano con quelle fondamentaliste. Le seconde legittimano le prime. E a pagarne il prezzo è la donna, sempre meno libera, sempre più velata.
marcello.foa@ilgiornale.it