Eastwood parla con l'aldilà senza farci morire di paura

Presentato in anteprima europea "Hereafter", l'ultimo film del regista che, attraverso tre storie incrociate, cerca di capire come ci vedono i morti

Torino - Come ci vedono i nostri morti? È la domanda che trova risposta in Hereafter (Aldilà), il film di Clint Eastwood che ieri ha chiuso il Torino Film Festival e che nelle sale italiane uscirà il 5 gennaio.

La collocazione in coda alla manifestazione torinese faceva pensare male. Invece la curiosità - per alcuni l’esigenza - del paranormale ha ispirato a Eastwood un film più equilibrato e meno dilatato del precedente Invictus. Un soggetto del genere con altri registi si è spesso prestato a scivolare nell’umorismo involontario, nella zombaggine o nel patetico. Capace di ideare personaggi normali e di mettere in parallelo le loro vicende, senza far perdere allo spettatore il filo della storia, Eastwood ne prepara sapientemente il convergere, in modo che alla fine paia naturale.
Sullo schermo c’è una varia umanità: la superficiale presentatrice (Cécile de France) della tv francese, in vacanza, con un collega non innamorato a Phuket nel giorno peggiore, quello del maremoto; c’è il medium americano (Matt Damon), che vuol dimenticare il suo «dono», facendo l'operaio, ma è costretto dal licenziamento a tornare alla pratica parapsichica; c'è infine il bambino con madre drogata e alcolizzata, che perde il gemello (interpretati a turno da Frankie e George McLaren) per un incidente causato da bulli quasi coetanei.

Senza essere un negromante, Eastwood ci dice che i morti restano fra noi, soprattutto se ci mancano più di ogni altra persona. All’inizio il film non opta per la tesi razionale o per quella parapsicologica. Ci si chiede: il medium coglie la «presenza» del defunto o l’inconscio del vivente?

L'episodio della stazione della metropolitana londinese di Charing Cross - un contrattempo evita al bambino superstite di salire sul treno che esploderà - indica la fiducia del film in un contatto impalpabile, ma efficace, coi defunti. Ed è anche ben scelto, perché c’è un’ampia saggistica su episodi del genere di premonizione.
Inoltre Eastwood evita saggiamente di impantanarsi nel metafisico. Quando pare di vedere una chiesa, perché c’è un prete, si capisce poi che essa è solo un’aula sovrastante un crematorio, da dove escono i cristiani perché entrino gli indù, accomunati dallo strazio. Fra i modi per esprimere il politeismo come solo rimedio ai monoteismi e alla loro implicita intolleranza, questo è uno dei più garbati e sinceri.

Solo nella morte si è uguali: la vita è differenza. Nulla accomuna i personaggi del film prima della svolta del lutto. E ciò permette a Eastwood di tessere insieme simpatie e antipatie. Fra queste ultime c’è quella per i due televisivi, solo casualmente francesi: vanno a letto senza amarsi, lavorano senza essere liberi, si lasciano alla prima opportunità, inseguono ciascuno il successo senza meritarlo.
Si può chiedersi quando si svolga il film. Il maremoto di Phuket e l'attentato di Londra hanno date che precedono auto, computer, ecc. che vediamo nel film per esigenze di product placement. Che sono comprensibili. Meno comprensibile è la pretesa degli «inserzionisti» di mostrare ogni oggetto da reclamizzare lucido e nuovo, inclusa l'auto di una donna così indigente da dover dare in affido il figlio.

Fra i volti di ieri, quello dignitosamente liftato di Marthe Keller: è una specialista dei casi coma irreversibile e ha una clinica sulle Alpi, figura essere svizzera, chiamandosi per giunta Rousseau, ma parla solo tedesco o inglese.
La colonna sonora si affida volentieri, nei momenti teneri, a Donizetti e a Puccini, che hanno il pregio di fare atmosfera e di non pretendere diritti d'autore. Gli effetti speciali che riproducono il maremoto non sono straordinari, eppure bastano per dare angoscia.