Eat Parade, la rubrica gastronomica del Tg2 diventa un libro tutto da gustare

Bruno Gambacorta, che da 13 anni (e 650 puntate) racconta l'Italia del cibo nella rubrica televisiva, ha raccolto nel volume edito da Rei Eri e da Vallardi trentacinque storie straordinarie di prodotti unici, degli uomini che li hanno riscoperti o valorizzati e dei territori che spesso hanno trovato in loro un riscatto

Ha lo stesso nome della rubrica del Tg2 che conduce da tredici anni, un vero rotocalco della cucina seguito ogni settimana (e ce ne sono state oltre 650) da 2,5 milioni di telespettatori. E ha lo stesso scopo, narrare alcune delle infinite storie e tradizioni dell'Italia a tavola. Ma Eat Parade, il volume che Bruno Gambacorta (napoletano, 54 anni, assunto in Rai 25 anni fa) ha scritto per le edizioni RaiEri e Vallardi (272 pagine, 15,90 euro), contiene ancora di più di quello che ogni settimana racconta in tv, perché i tempi televisivi limitano le possibilità di approfondimento. Da qui la scelta di «fissare» su carta trentacinque delle più belle storie scovate in tredici anni di su e giù per lo Stivale goloso.
Storie che Gambacorta ha decisono di dividere in tre parti: la prima si chiama «Saper fare» ed è un giro dell'Italia attraverso prodotti insoliti e fuori dal comune e i personaggi che li hanno salvati, oppure reinventati e comunque valorizzati: i fagioli di Sarconi in Basilicata, i limoni di Sorrento, la mozzarella «perfetta», il Culatello, le acciughe e i gamberi liguri, il poco conosciuto tartufo molisano, l'olio pugliese, l'agnello sardo, i legumi imbri, le Olimpiadi dei formaggi valdostani e il riso Vialone Nano Veronese Igp.
La seconda parte cambia gli addendi ma non il risultato e si intitola «Far sapere»: è dedicata a tutti i divulgatori dell'enogastronomia di qualità e comunque alle iniziative di vario genere che fanno dell'Italia un Paese impareggiabile da un punto di vista gastronomico. Si racconta quindi dell'adozione a distanza delle pecore (e dei pastori) abruzzesi, della calabrese Accademia del peperoncino e dell'emiliana Accademia italiana della cucina, della rinascita del Maiale nero casertano, dei quattro musei del cibo di Parma, di un signore (Graziano Pozzetto) che è una vera enciclopedia vivente delle tradizioni culinarie romagnole, della donna del vino Donatella Cinelli Colombini, del formaggio Ragusano dop, di Chef Kumalè, l'italiano che si è dato alla world cuisine, del ristorante marchigiano trasformato in galleria di arte contemporanea , dell'igienista-gourmet.
La terza e ultima parte si intitola «Rinascere in cucina» ed è invece dedicata alle storie di chi ha trovato nella terra, nel vino e nel cibo uno strumento di rinascita individuale o collettiva: come l'Abruzzo terremotato che però non ha mai smesso di essere una dispensa golosa e il Friuli-Venezia Giulia che, 33 anni prima, trovò nella ricostruzione dopo il sisma la chance per diventare uno dei poli dell'enogastronomia di qualità dell'Italia. E poi di come la comunità di recupero di San Patrignano è diventata un'azienda agrivinicola modello, di come siano buoni i prodotti delle terre strappate alla mafia, delle Cesarine che per pochi spiccioli cucinano i piatti della tradizione nelle loro case aperte a tutti, dei detenuti che trovano riscatto imparando a cucinare in carcere (seguendo il glorioso esempio di Filippo La Mantia, che oggi è la star del ristorante dell'hotel Majestic di via Veneto a Roma), di Andy Luotto reinventatosi chef in un ristorante a Sutri senza mai smettere di recitare un po', della valle trentina che ha combattuto lo spopolamento e l'economia di sussistenza grazie a piccoli tesori come ribes, mirtilli e lamponi.
Trentacinque piccole grandi storie nelle quali ci sono tutte le regioni italiane (alcune naturalmente più di una volta) e accompagnata ciascuna da due (e qualche volta tre) ricette spesso semplici e rassicuranti, a volte più elaborate e sontuose. Ma sempre uniche come il nostro Paese.