Gli ebrei romani: «Grazie presidente»

Ariela Piattelli

La prima volta. Il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi non era mai stato in visita ufficiale al rinnovato Museo Ebraico di Roma. E ieri ad accoglierlo, assieme agli ebrei romani, che lo hanno atteso emozionati nella grande Sinagoga, sono stati i vertici della Comunità ebraica, l’ambasciatore dello Stato d’Israele in Italia Ehud Gol e il sindaco Walter Veltroni. «I popoli, le culture, le religioni devono dialogare fra loro per conseguire il bene comune degli uomini - ha detto Ciampi spiegando i motivi della sua visita -. Perché ci sia dialogo sono necessari la vicendevole conoscenza, il reciproco rispetto, l’accettazione dell’altro. Conoscere è il primo passo per raggiungere questo obiettivo. Il Museo ebraico di Roma può essere un importante punto di riferimento su questo difficile percorso. È fondamentale che i giovani vengano qui a toccare con mano la storia».
Nel corso della visita il presidente e la sua signora hanno potuto vedere per la prima volta i «tesori» della comunità ebraica più antica d’Occidente. «A questo museo è affidato il compito di tramandare duemila anni di storia e tradizione della Comunità di Roma - ha spiegato Ciampi -. Ne sono testimonianza i calchi delle catacombe giudaiche di età imperiale, i codici miniati medievali, i velluti e i vestiti rinascimentali e barocchi. Segni tangibili di come la storia di questa Comunità sia strettamente intrecciata con quella della città e come con questa abbia condiviso i momenti di gioia e quelli più drammatici». Un abbraccio al suo amico Elio Toaff ha riempito la sala di commozione: entrambi livornesi e legati da un rapporto di amicizia (il padre di Toaff è stato maestro di Ciampi) hanno attraversato insieme le stanze del museo. Il presidente è rimasto affascinato dalle lapidi delle antiche catacombe e da una «Ketubbà», un contratto matrimoniale di fine Ottocento adornato con una cornice che porta i colori della bandiera italiana. Il rabbino capo Riccardo Di Segni ha sottolineato come questa visita rappresenti in questo momento storico un segno importante: «Oggi viviamo in un mondo in cui le tentazioni di violenza basate, spesso pretestuosamente, sulla religione diventano sempre più minacciose e rumorose - ha spiegato Di Segni -. Il richiamo alla nostra storia, all’esempio pacifico e sofferto del nostro contributo ininterrotto alla costruzione di un mondo migliore sembra andare controcorrente ma è quanto mai indispensabile. Viviamo e apprezziamo il senso della sua visita come un tributo alla nostra storia e al modello esemplare della nostra testimonianza. Forse in questi giorni ci vuole anche una certa dose di coraggio».
Varcata la soglia della Sinagoga il presidente, accolto da una folta platea di ragazzi delle scuole e dopo aver salutato gli ex deportati, ha voluto abbracciare il padre e la madre di Stefano Gay Tachè, il bambino ucciso nell’attentato alla Sinagoga nel 1982 per mano di terroristi palestinesi. Gli ebrei romani presenti hanno ripensato commossi a quella tragedia, anche perché l’antisemitismo di stampo antisraeliano di oggi riporta alla memoria le infauste vicende del passato. Ma oggi la guerra al terrorismo è quanto mai un’impresa comune: Paserman si è rivolto a Ciampi con un pensiero di speranza per il domani, ringraziandolo per il suo contributo «nella costruzione del grande progetto di un’Europa unita e in pace».