Eccentrica Tamara pittrice e seduttrice

Più che una grande artista, la de Lempicka fu un fenomeno mondano, contesa dai salotti degli anni ’30

Tamara de Lempicka (1898-1980) è un’artista che molti conoscono benissimo, ma non sanno chi sia. Quei suoi volti massicci, quelle sue donne statuarie di cui ormai si sono impadroniti grafici e pubblicitari, si vedono spesso, oggi, nei poster di caffè e pizzerie, sullo sfondo degli spot televisivi, sulle copertine dei libri, tanto che la gente ha imparato a conoscerli, anche se non immagina chi li abbia dipinti.
Tamara de Lempicka, a cui Palazzo Reale dedica una vasta antologica e le case editrici Abscondita ed ES due suggestive monografie, è infatti la creatrice di una famiglia di figure caratterizzate da una volumetria esasperata, in cui il gusto della geometria déco si mescola con la monumentalità del «Ritorno all’ordine». Nei suoi quadri vivono donne che sembrano sbalzate nel marmo, con forme prosperose che paiono gonfiate dal silicone, colli rigidi come piramidi, riccioli ritagliati nel rame. Oppure uomini altrettanto marmorei, con camicie scolpite nel ghiaccio, sullo sfondo di città e di tendaggi ugualmente di pietra. O, ancora, bambine di dura porcellana, che tengono in mano orsacchiotti di granito, e leggono libri non di carta ma di metallo.
Dietro questi motivi facili da riconoscere, e che effettivamente possono diventare un po- facili, non c’è però una semplice esigenza formale. Quando Tamara (dopo Picasso, Derain, Braque, Gris, e in Italia Sironi, Funi e il Novecento Italiano) dipinge il suo popolo di titani, era finita da pochi anni la prima guerra mondiale, con il suo numero apocalittico di morti. «Le civiltà ora sanno che sono mortali» scriveva Valéry, in un testo intitolato significativamente La crisi dello spirito. La costruzione di volumi così prepotentemente corposi, di forme così provocatoriamente tridimensionali, nasceva anche dal desiderio di superare, almeno nell’arte, quel sentimento di vulnerabilità, di caducità, che il conflitto aveva diffuso in tutti. E, poiché lo stile non è mai una questione di stile, se le avanguardie prima della guerra avevano amato le forme piatte e lievi, le superfici senza spessore, le figure dissolte in linee (Punto, linea, superficie si intitolerà un saggio programmatico del padre dell’astrattismo Kandinsky), dopo la guerra si ricercano volumi imponenti e granitici. Come scriveva Bontempelli nella Vita operosa del 1920: «Ogni tanto bisogna rifornirsi di sostantivi e di aggettivi. Prima della guerra c’erano le parole sensibilità, dinamico, musicale; oggi invece le pietre basilari del vocabolario critico sono costruito, corposo, architettura».
Di questo clima fa parte anche Tamara. Nata a Varsavia nel 1898 da una famiglia aristocratica, la ragazza studia nei collegi più esclusivi a Losanna, San Pietroburgo, Montecarlo. Nel 1916, a diciotto anni, sposa a San Pietroburgo il conte Tadeusz Lempicki, scapolo d’oro della città, con una cerimonia sfarzosa: il suo strascico attraversa la chiesa dall’altare alla porta.
Ma non è più tempo di feste, la rivoluzione bolscevica si sta avvicinando. Tamara, però, ha la fortuna di sfuggirle, recandosi a Parigi per completare i suoi studi. Nella capitale francese diventa allieva di Maurice Denis e di Lhote, due protagonisti delle avanguardie che in questi anni propendono ormai per un moderno classicismo. Denis, per esempio, scrive un saggio dal titolo eloquente: Da Gauguin e dal simbolismo verso un nuovo ordine classico. Lo stile di Tamara si forma dunque in questo ambito, respirando il clima del «Ritorno all’ordine» e del déco, di cui diviene una fortunata interprete, ricercata soprattutto come ritrattista.
Intanto inizia a esporre ai Salons di Parigi, e compie anche un viaggio in Italia, dove nel 1925 la Bottega di Poesia, la galleria milanese fondata da Emanuele Castelbarco, le allestisce una personale. Nel 1927, tra l’altro, conosce D’Annunzio, a cui vuole eseguire un ritratto. Del loro incontro al Vittoriale, che il poeta tenta inutilmente di tramutare in appuntamento erotico, ci rimane la brillante cronaca della governante di D’Annunzio, Aélis Mazoyer, oggi opportunamente ristampata con l’aggiunta del carteggio intercorso fra i due (Gabriele D’Annunzio e Tamara de Lempicka nel diario di Aélis Mazoyer, ES).
La pittura di Tamara rimane fedele a se stessa e quasi senza storia anche negli anni successivi. Non così la sua vita. Nel 1928 si separa dal conte e sposa un altro nobile, il barone Kuffner. Negli anni Trenta la sua casa di rue Méchain, disegnata da Mallet-Stevens, diventa un punto di incontro per artisti, politici, aristocratici. Nel 1939 si trasferisce in California, e anche lì occupa il centro della scena mondana. Greta Garbo, Charles Boyer e altri attori di Hollywood partecipano alle sue feste. A tanto successo salottiero corrisponde però il totale disinteresse della critica, che non le presta la minima attenzione, nonostante le mostre di Roma (1957) e di Parigi (1972). Muore, dimenticata, a Cuernavaca, in Messico, nel 1980 e le sue ceneri, secondo le sue ultime volontà, sono sparse sul vulcano Popocatépetl.
LA MOSTRA
Tamara de Lempicka, a cura di Gioia Mori e T. Sharman, Milano, Palazzo Reale, dal 5 ottobre al 14 gennaio.
I LIBRI
Gabriele D'Annunzio e Tamara de Lempicka nel diario di Aélis Mazoyer, a cura di Piero Chiara e F. Roncoroni, Milano, ES, 2006, pp.128, euro 17.
G. Marmori. Tamara de Lempicka, Milano, Abscondita, 2006, pp.96, euro 12