Ecco la camera delle meraviglie che mostra l'«altro» Rinascimento

o Studiolo di Francesco I in Palazzo Vecchio di Firenze è uno degli ambienti più intimi e suggestivi del Rinascimento Italiano. Vi si accede dal Salone dei Cinquecento con gli affreschi di Vasari, che ne è l'ideatore su richiesta di Vincenzo Borghini. L'idea era quella di una stanza di meditazione in prossimità della camera da letto di Francesco I e comunicante con lo Studiolo di Cosimo I, padre di Francesco.
Il piccolo spazio è interamente rivestito di dipinti compiuti tra il 1570 e il 1572. Così come oggi lo vediamo, con la volta affrescata, lo studiolo è una ricostruzione dell'ambiente originale, che fu smontato già nel 1590. Nella sua concezione iniziale il luogo doveva essere una preziosa Wunderkammer, per conservare oggetti di grande interesse: «Lo stanzino ha da servire per una guardaroba di cose rare et pretiose, et per valuta et per arte, come sarebbe a dire gioie, medaglie, pietre intagliate, cristalli lavorati et vasi, ingegni et simil cose, non di troppa grandezza, riposte nei propri armadi, ciascuna nel suo genere». Talché i dipinti risultavano come pannelli o porte di armadi. Uno di essi, Il laboratorio dell'alchimista di Giovanni Stradano, riproduce un interno che ha la suggestiva ambientazione di uno studiolo di ricerca e, tra i personaggi, lo stesso Francesco I con uno sdoppiamento rispetto alla sua presenza reale.
La stanza, sotto la volta a botte ha affreschi del Coppi e di Jacopo Zucchi, con al centro Prometeo che riceve i gioielli dalla natura, intorno i Quattro elementi (Aria, Acqua, Terra, Cielo). Nelle due lunette ci sono i Ritratti di Cosimo I e Eleonora di Toledo, genitori di Francesco I, dipinti da Alessandro Allori. Alle pareti i pannelli su due livelli, tre per fila sui lati minori e otto sul lato maggiore. Gli artisti chiamati da Vasari sono a mezza strada tra pittori e miniatori, in un singolare equivoco manierista stimolato dai soggetti profani: Santi di Tito (Le sorelle di Fetonte) Mirobello Cavalori (Il lanificio) Alessandro Allori (La pesca delle perle), Maso da San Friano (Le miniere di diamanti), Girolamo Macchetti (Le perle di Pozzuoli), Jacopo Zucchi (La miniera d'oro), Giovanni Maria Butteri (La scoperta del vetro).
Nella complessità dell'impresa, che è un punto chiave del secondo Manierismo fiorentino, non mancano le sculture in otto nicchie: esse rappresentano Anfitrione, opera di Stoldo Rolenzi, Venere, opera di Vincenzo Danti, Giunone di Giovanni Bandini, Eolo di Elia Candido, Apollo Giambologna, Vulcano di Vincenzo de Rossi, Plutone di Domenico Poggini e Opi di Bartolomeo Ammannati.