Ecco chi è la Melissa P. che scandalizza i turchi

Intervista con Selin Tamtekin, figlia di un console, autrice di un romanzo hard: "Il piacere? È un gioco di ruolo". E racconta: "La mia famiglia mi ha insegnato che nell'arte non devono esistere tabù"

Metà de Sade, metà Melissa P. Con un tocco di voyeurismo e di ribellione in salsa cosmopolita. Arriva giovedì in libreria un romanzo destinato a far discutere. Lo ha scritto Selin Tamtekin, figlia di un console turco ma inglese d’adozione. E il libro s’intitola proprio La figlia del diplomatico turco (pagg. 279, euro 18,50, traduzione di Paola Maraone). La Rizzoli lo presenta come un «memoir contro i tabù delle società islamiche». Non sbaglia: Tamtekin firma il romanzo con uno pseudonimo, Deniz Goran, che è poi il nome della protagonista della sua storia, una donna cresciuta tra Canada, Europa e madrepatria. Compiuti i diciott’anni e dopo aver subito i maltrattamenti di un padre severissimo, Deniz decide di dedicarsi a un unico obiettivo: la ricerca del proprio piacere. Di lì in avanti, e per tutte le poco meno di trecento pagine del romanzo, sarà protagonista di un’infinita serie di rapporti con uomini diversissimi tra loro, «tuffandosi in un vortice senza alcuna precauzione e con assoluta casualità» come rivela l’autrice stessa nell’intervista esclusiva al Giornale.

Con simili presupposti, è inevitabile che alla sua comparsa in Inghilterra (la Tamtekin vive da quattordici anni a Londra), il romanzo abbia scatenato moltissime polemiche, specie da parte dei quotidiani di Ankara. Critiche a cui però la giovane scrittrice ha risposto sempre a muso duro: «Non è che in Turchia nessuno faccia sesso. Le donne hanno una vita sessuale, ma stanno bene attente che nessuno lo venga a sapere. Non possono affermarsi come individui o parlare di sesso o di uomini come oggetti di desiderio».

Signora Tamtekin, quanto c’è di autobiografico nella vicenda che lei racconta?
«Questo è un romanzo puramente inventato. Certo: in alcune parti della storia ho preso ispirazione da personaggi e situazioni che ho incontrato nella mia vita. Ciò che m’intrigava molto, da un punto di vista creativo, era però l’idea di raccontare una storia che avesse dei parallelismi con la mia vita, ma che allo stesso tempo fosse differente. Come la protagonista, io sono figlia di un diplomatico turco che vive a Londra, ma da qui in poi le similitudini più o meno finiscono. Il romanzo è inventato anche nello stile in cui è scritto. Voglio dire che il miglior modo per catalogarlo non sarebbe memoir, ma “memoir d’invenzione”».

Questo romanzo le ha creato problemi con la sua famiglia?
«Provengo da un ambiente molto liberale, dotato perfino di una vena artistica. Mio padre è un pittore molto affermato e io sono stata educata all’idea che nell’arte non esista alcun tabù, in quanto essa stessa crea una piattaforma su cui discutere e interrogarsi su norme e convenzioni della vita di tutti i giorni».

Nessuna difficoltà, quindi?
«Be’, a dire il vero, qualcuna sì. Sebbene i miei parenti mi abbiano supportato, quando il libro stava per essere pubblicato sono stata duramente criticata da parte della stampa turca. E mio padre ha attraversato un periodo piuttosto difficile, dovendo affrontare direttamente alcune delle accuse che stavo ricevendo. In quei giorni, molti quotidiani scrivevano cose molto sgradevoli su di me. Anche per questo, lui mi rimproverò di essermi resa un bersaglio troppo facile».

E dalla comunità islamica?
«Appena fu pubblicato il romanzo, dalla stampa inglese fui ribattezzata “la Salman Rushdie turca”, una definizione che è davvero una supposizione esagerata. Rushdie scrisse infatti un romanzo molto controverso (I versetti satanici, ndr), che sfida alcuni aspetti dell’Islam. Il mio libro non si occupa affatto di questo: racconta di una giovane donna che decide di non rispettare le regole e fa semplicemente ciò che le piace».

Allora per quale motivo il suo romanzo è stato criticato?
«Per il modo franco e non edulcorato con cui affronta la sessualità femminile. Scrivendo il libro, uno dei miei principali obiettivi era creare un’onesta protagonista con cui ogni lettore poteva identificarsi: non necessariamente nei termini della sua esperienza quotidiana, ma piuttosto nelle sue idee e nel suo approccio sarcastico nei confronti della vita».

Anche per questo ha deciso di firmare il libro con uno pseudonimo?
«No. La ragione è un’altra: mentre scrivevo il romanzo, ho tentato di creare una certa distanza tra me e il personaggio principale. Anche se non viene mai citata col suo nome nel romanzo, è infatti lei stessa a impersonare Deniz Goran. E per me, proprio quel nome funziona come una seconda identità. In un certo senso, è come se fosse un gioco di ruolo: quando sono di fronte al mio portatile io mi trasformo in lei».

Il romanzo è in parte ambientato in una Turchia molto tradizionalista e perbenista. Questa immagine corrisponde davvero alla realtà?
«Il mio paese d’origine è una nazione molto maschilista e patriarcale. Ed è questo il motivo per cui la sessualità femminile è repressa. Sebbene ci sia una forte comunità liberale che ha adottato un approccio di tipo per così dire “occidentale”, resta ancora oggi molto diffusa una mentalità che considera la verginità della donna come qualcosa di sacro. Stando così le cose, è inevitabile che la “reputazione” sia la cosa più importante che una ragazza possa avere. Per questo, ogni donna deve essere sicura di comportarsi secondo determinate regole: perché altrimenti potrebbe perdere l’occasione di un buon matrimonio. Il vero problema è che nel XXI secolo, piuttosto che osservare la castità, le persone dovrebbero stare più attente a praticare sesso sicuro».