Ecco gli eroi dell'Unità in omaggio col Giornale

A partire da lunedì e in occasione del 150° anniversario dell'Unità d'Italia Il Giornale regalerà ai propri lettori &quot;Italia unita. Il Risorgimento e le sue storie&quot;: 19 fascicoli in allegato gratuito <strong><a href="/video/italia_unita_-_risorgimento_e_sue_storie/id=italia_unita3" target="_blank" title="Lo spot dell'iniziativa de Il Giornale">Guarda il video</a></strong>

Un ripasso ci vuole, nel fervore delle ce­lebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità. Un ripasso che sia partecipe ma non agiografico, che restituisca alla nostra memoria le pagine belle o brutte della nascita d’una nazione divenuta Stato, che si tenga lontano dai revisionismi settari ma anche dalle mistificazioni edi­ficanti. Le pagine che ci accingia­mo a pubblicare hanno, a mio parere, tutti questi requi­siti. Non si tratta d’una narra­zione compiuta ma d’una se­rie di rievocazioni, giudizi, medaglioni, citazioni utilissi­mi per ritrovare e valutare la nascita e l a crescita dell’Italia unita.

Quest’assemblaggio di informazioni e ritratti spiega molto meglio d’una diagnosi accademica cosa sia stata in buona sostanza l’Unità. Un miracolo, una conquista in­sperata, il frutto del genio di Cavour e dell’avventuroso co­raggio di Garibaldi, ma an­che un prodotto del «caso», il maggior demiurgo della sto­ria. Dal caos uscì la nuova Pa­tria degli italiani, carica di handicap e di frustrazioni, ma anche di speranze. Il 78 per cento della popolazione era analfabeta, con punte del novanta e passa nel profondo sud, al percorso risorgimenta­le erano rimaste del tutto estranee le masse contadine, si dovette aspettare l’inizio del secolo successivo perché il cinquanta per cento degli italiani fosse alfabetizzato. Il regno sabaudo ebbe fin dall’inizio la zavorra della questione meridionale, e del «brigantaggio».

Su quest’ulti­mo Gianluca Formichi, auto­re dei testi, esprime un’opi­nione a mio avviso ineccepi­bile. Fu guerra civile? Questa la risposta: «L’applicazione della categoria di guerra civi­le alla repressione del brigan­taggio in questi ultimi anni è avvenuta più sulla spinta di motivazioni legate alla politi­ca e all’attualità che non su basi strettamente storiografi­che. Ma che la si chiami guer­ra civile o insorgenza o ribel­lione, è altrettanto certo che gli anni intercorsi tra il 1861 e il 1865 videro qualcosa di più della semplice repressione di alcune bande di fuorilegge».

La rilettura ora in voga del Risorgimento - soprattutto la rilettura filoborbonica - ten­de a sminuire le sofferenze e il sacrificio dei patrioti, le for­che austriache e lo Spielberg contano poco in confronto al­le nefandezze piemontesi. So­no un ammiratore della sag­gezza amministrativa di cui diedero prova le autorità au­striache nel lombardo-vene­to. Ma non al punto da dimen­ticare che tra il 1848 e il 1849 il regio e imperial governo di Vienna eseguì 961 condanne a morte. Mi ha commosso la riproduzione della sentenza capitale contro Antonio Scie­sa, tappezziere milanese, condannato all'impiccagio­ne ma fucilato «per mancan­za di giustiziere».

E i «martiri di Belfiore», che orribile vi­cenda. Catturati quei «cospi­ratori » - inclusi alcuni sacer­doti che credevano nell’indi­pendenza italiana - confessa­rono quasi tutti. «Don Enrico Tazzoli non negò i fatti ma non volle rivelare chi si celas­se sotto pseudonimo. Alcuni arrestati morirono per le tor­ture, altri si suicidarono. In to­tale furono eseguiti 110 arre­sti. Tazzoli e quattro altri pa­trioti furono impiccati a Bel­fiore il 7 dicembre 1852. A se­guito della sentenza il vesco­vo di Mantova monsignor Corti fu costretto, su ordine del Papa, a procedere alla mortificante cerimonia della sconsacrazione di don Tazzo­li».

Quegli italiani erano pronti a dare la vita per l’Italia non ancora nata. Si può imputare imprevi­denza, disorganizzazione, velleitarismo ai conati eversi­vi, ma davanti a un personag­gio come Carlo Pisacane, na­poletano, bisogna togliersi il cappello. Allo stesso modo non bisogna dimenticare che proprio la realizzazione del­l’Unità «segnò per gli ebrei la fine della discriminazione, il definitivo abbattimento dei ghetti nonché il completa­mento del processo di eman­cipazione cui aveva dato ini­zio nel 1848 Carlo Alberto, re di Sardegna, allorché aveva concesso alla comunità ebrai­ca piemontese la parificazio­ne civile e giuridica». È a mio avviso di particola­re interesse quel capitolo del­la galoppata unitaria che po­ne in parallelo il Risorgimen­to e la Resistenza. La tenden­za ad appropriarsi, propagan­disticamente, del Risorgi­mento è stata di tutti i regimi italiani. L’ha fatto, in chiave monarchica, l’Italietta po­stcavouriana, l’ha fatto il na­zionalismo interventista nel­la Grande Guerra che consi­derava l’annessione di Tren­to e Trieste come la conclusio­ne del processo unitario, l’ha fatto il fascismo arrogandosi il merito di avere completato con Mussolini l’epopea risor­gimentale e d’avere resuscita­to la romanità.

L’ha fatto infi­ne la Resistenza «rossa» nel nome di Garibaldi e di Stalin. Si è sempre voluto piegare il risorgimento al verbo di parti­ti e di demagoghi. Da lì i la­menti per il Risorgimento tra­dito, per la Resistenza tradi­ta, per la Costituzione tradi­ta. Profanazioni contro le quali insorgono poche e valo­rose anime belle. Lasciamo da parte queste miserie faziose che appanna­no l’Unità d’Italia. Essa non fu solo fulgori ed eroismi, ci mancherebbe. Ma nel ricor­do di queste pagine ci appare come un evento complesso, conflittuale, segnato da forti lacerazioni, e tuttavia gran­de, anzi grandioso.