Ecco l’oggetto che visse due volte

Parola d'ordine: riciclare. In un mondo di prodotti sempre più usa e getta, la tendenza del futuro è quella del recupero. Sono sempre più numerose le aziende che riutilizzano materiali e tessuti di scarto, ma anche oggetti d'uso comune, per produrre abiti, accessori, complementi d'arredo, pezzi di design, e persino bijoux. Oggetti che vivono due volte, perdendo la funzione originaria per acquisirne una nuova. Scarti che diventano materie prime, grazie a diversi processi creativi. E a innovativi progetti ecosostenibili.
«Creare senza distruggere» è la formula vincente di Carmina Campus. Fondato da Ilaria Venturini Fendi, della dinastia della famosa maison, il marchio ha avuto successo immediato. Dopo aver lavorato a lungo nell'azienda di famiglia, la stilista racconta di aver «cambiato vita rilevando un'azienda agricola alle porte di Roma per riconvertirla al bio. Per poi ricominciare, quasi per caso, a fare il mio lavoro mettendo l'accento sull'amore per la natura e per la terra».
È nata così Carmina Campus. Fra i primi progetti, le borse in pvc e altri materiali di scarto. La più famosa? La «Message Bag» regalata alle first lady del G8 dell'Aquila. Ricamata in Camerun ma prodotta in Italia, ogni borsa porta in giro un messaggio lanciato dalle donne africane (cui dà da vivere). Etiche e chic, queste borse sono tutti pezzi unici e made in Italy, come le «Cinderella Bag» fatte con le spugnette per piatti, le «Avion Bag» fatte con il tessuto dei sedili degli aerei, o le «Shower Bag» nate da tende per la doccia. Tutte in vendita nella boutique romana Re(f)use (ma non solo), dove si trovano anche bijoux ricavati da chiavi o tappi, lampadari fatti con occhiali da vista, poltrone fatte con vecchi copertoni delle auto.
Oggi le aziende nel campo della moda che si muovono in direzione eco friendly, lanciando messaggi positivi e indirizzando il consumatore verso una maggior consapevolezza (e un minor spreco) sono tante. Ennio Capasa, direttore creativo di Costume National, da anni lavora con materiali eco come caucciù, bambù e canapa. Timberland propone le scarpe Earthkeepers riciclabili all'80% e prodotte con suola ricavata da pneumatici ripuliti da sostanze nocive. E a ogni dipendente paga 40 ore l'anno per lavori socialmente (ed ecologicamente) utili, come piantare alberi in svariate città del mondo (quest'anno arriveranno a quota un milione, 4mila solo a Milano). Cotone organico ma anche polistirolo e plastica di riciclo sono utilizzati per creare gli innovativi tessuti del marchio australiano Rip Curl, che ha appena lanciato una giacca fatta con 14 bottiglie in plastica. Teloni da camion, cinture di sicurezza e camere d'aria da bicicletta sono invece i materiali prediletti dall'azienda svizzera Freitag per le sue borse. Riviste di moda e spartiti musicali plastificati e intrecciati a mano si possono trasformare in borse e bijoux, come fa CeeBee, brand creato da Carmen Bjornald, ex modella svedese trapiantata in Italia. Ma anche dettagli insignificanti come le linguette delle lattine possono rivivere sotto forma di oggetti speciali. Come le borse e gli accessori di Dalaleo, tutti realizzati con linguette di lattine raccolte, lucidate e intrecciate all'uncinetto a Salvador de Bahia. Dove questo tipo di lavorazione esiste da anni, e tiene in vita intere famiglie.
E anche nell'arredamento e nel design gli oggetti possono avere dalle due alle mille vite. Da Rooms, a Milano, Manuela Martinoli ricicla e reinventa vecchi mobili per la camera dei bambini (ma non solo). Pvc e materie plastiche che altrimenti andrebbero disperse nell'ambiente, si trasformano in arredi per casa e giardino, con 13 Ricrea. E anche i materiali di scarto di grosse aziende di arredamento possono rivivere. Ultimo esempio a Como, dove la mostra «Como On Design» organizzata dalla curatrice Tassa Buescu ha messo in mostra i lavori di 24 studenti di Naba, Politecnico di Milano e Ied realizzati con tessuti di scarto forniti da grosse aziende del settore.
Che parta da grossi brand o da piccoli nomi artigianali, al consumatore finale arriva quindi un nuovo suggerimento: cambiare punto di vista e cercare di consumare in modo più consapevole. Se si riesce a trasformare in risorsa ciò che è destinato alle discariche, i consumi non si arrestano ma possono andare in una nuova direzione. Certo, nessuno ha la pretesa di salvare il pianeta. «Il nostro è solo un piccolo inizio - dice Ilaria Venturini Fendi. - Un esempio di come si potrebbe cambiare il modo di lavorare e di vedere le cose. Forse tutti dovremmo fare un piccolo passo indietro, e pensare di più al valore di ciò che ci circonda».