«Ecco il mio Iran terra di sufi santuari e poeti»

L’Iran come una sorta di Cina mediorientale. Ovvero giovane, vibrante sul fronte dei mercati esteri e pronto a rinnovarsi. Erano le promesse di Rafsanjani alla vigilia delle elezioni di metà giugno: sappiamo com’è andata a finire. Giusto non avere pregiudizi. Non si giudica prima, ma durante e dopo. Certo è che il neoeletto Ahmadinejad ha sbaragliato tutti, commentatori compresi.
Uno di questi è Afshin Molavi, giovane giornalista americano di origine iraniana, corrispondente dal Medio Oriente per l’agenzia di stampa Reuters e per il Washington Post, oltre che appassionato blogger su www.iranscan.net, uno dei blog più aggiornati e attendibili sulle vicende persiane. «Il modello cinese - ha scritto in uno dei suoi tanti interventi - potrebbe migliorare marginalmente le prospettive iraniane se il prezzo del greggio rimanesse alto e riforme economiche, anche timide, fossero adottate». Bisognerà attendere ancora per «la via cinese» alla modernizzazione in Iran e oggi, alla luce della politica tradizionale paventata da Ahmadinejad, Pellegrinaggi persiani. Viaggi attraverso l’Iran (il Saggiatore, pagg. 320, euro 17) reportage sociologico-letterario del giornalista, appare non solo un gradevole testo per conoscere l’Iran, ma anche un valido strumento per decifrarlo.
Scritto dopo un viaggio di 12 mesi in Persia fra il ’99 e il 2000 e aggiornato di recente, questo reportage è il diario di bordo di un occidentale quarantenne dai lineamenti mediorientali che va alla scoperta delle origini sue e del suo Paese. Capita di rado che la commozione per quello che è «prima di tutto un viaggio interiore» faccia capolino tra le righe; Afshin Molavi sa stare sempre un passo indietro rispetto ai veri protagonisti della sua storia: gli iraniani delle oltre venti città e villaggi che ha pazientemente visitato. Sono persone comuni, come il libraio dell’aeroporto che dorme tutto il giorno perché non ha clienti, o eccezionali, come Akbar Ganji, giornalista e prigioniero politico. Sono studenti che nel ’97 alzarono la voce (come fecero i loro fratelli nel ’79) nei campus universitari e poi sono stati messi da parte; sono editori che negli anni di rivalsa fondarono giornali che oggi hanno chiuso; sono parlamentari che devono difendere il loro ruolo politico, perché la democrazia ancora non ha attecchito a dovere. Sullo sfondo, i nomi illustri di Ciro il Grande, dell’imam Khomeini, con le cupole dorate del suo mausoleo, e del presidente Khatami «la cui stella, un tempo lucente, si è oscurata» (e basti questo a commentare l’esito delle recenti elezioni). In treno, sugli autobus, su improbabili aerei o su camion che trasportano angurie, Molavi ha compiuto nove pellegrinaggi, la maggior parte dei quali da Teheran, e snocciola al lettore il loro racconto filtrato da duemilaseicento anni di storia e non poche considerazioni sul presente.
Afshin Molavi, perché ha seguito la strada dei pellegrini?
«Gli iraniani sono molto inclini a questa pratica e si recano spesso in visita ai santuari di poeti medievali, mistici sufi, religiosi o atleti, come Gholam Reza Takhti, un campione olimpionico di lotta sepolto nel cimitero di Teheran: il pellegrinaggio è un ottimo punto di osservazione del Paese».
Lei è probabilmente il solo americano che molte delle persone da lei descritte abbiano incontrato nella loro vita...
«La loro curiosità nei confronti dell’America è senza fine, in Iran. Felici di parlare con me, molte delle persone che ho incontrato lungo la strada mi hanno posto domande sull’amministrazione Bush e chiesto se davvero in America abbiamo macchine enormi. Credo che gli iraniani siano la popolazione più filo-americana del Medioriente: non amano veramente gli Usa ma sono gli Usa ad aver attaccato l’Irak, il nemico di sempre. Questo non lo dimentica nessuno».
Nei suoi pellegrinaggi ha incontrato molti giovani?
«I due terzi della popolazione è sotto i 35 anni: questi “children of revolution” cambieranno il Paese. Prima o poi».
Eppure per spiegare l’Iran di oggi lei ha scelto di descrivere il pellegrinaggio, una pratica decisamente tradizionale...
«Come giornalista ho osservato la politica, come scrittore ho seguito il sentiero della cultura. La prima domina il presente, la seconda mi pare una guida migliore per il futuro. La politica dell’Iran è piena di fallimenti mentre la sua ricca storia culturale trasmette ottimismo. Come disse Terence O’Donnell, un americano che ha vissuto a lungo in questo Paese tra gli anni Cinquanta e Sessanta, l’Iran è costellato di santuari di ogni genere ma nessuno di questi è stato eretto in onore di un politico. Sono tutti dedicati a santi o a poeti. Sono queste le voci che gli iraniani ascoltano e venerano veramente».