Ecco perché i risparmiatori sono ancora a rischio «bond»

Bruno Costi

Chi ricorda i Bond Parmalat? E i Cirio Bond? E Tango Bond? Era poco più di due anni fa ed oltre mezzo milione di risparmiatori italiani si scontravano con l'amara realtà dei loro risparmi andati in fumo per troppa avventatezza e poca competenza nell'aver acquistato in banca titoli ad alto reddito ma ad ancor più alto rischio.
A sbagliare furono loro, ma diciamo che in qualche banca taluni impiegati e funzionari non li avevano certo aiutati a capire e a non sbagliare. L'esperienza insegna, ma probabilmente da noi non abbastanza se fra i risparmiatori oggi si respira la stessa aria che tre anni fa li portò a rischiare oltre misura. Siamo seduti su una nuova polveriera del rischio? A nostro avviso sì e cercherò di spiegare perché.
Partiamo dall'umore dei risparmiatori in questo 2006 che il Censis definisce addirittura da boom silenzioso. Ben prima che il rapporto Censis desse la sua interpretazione del momento favorevole dell'economia italiana, un paio di indagini, quella del centro Einaudi e quella dell'associazione delle Casse di risparmio, avevano percepito che quest'anno si stava consumando tra i risparmiatori una piccola svolta. Dal sentimento negativo e pessimista del 2005 ad un ottimismo accompagnato da un ritorno di fiducia sul miglioramento delle condizioni economiche di ciascuno.
Ma un'altra indagine, quella realizzata per conto di oltre cento banche riunite nel consorzio Patti Chiari, rileva anche che un risparmiatore italiano su due, quando decide di investire i suoi soldi fa di testa sua. Il bello però è che si tratta nella stragrande maggioranza dei casi di risparmiatori che si dichiarano incompetenti, inadeguati a decidere, incapaci di capire i meccanismi sottostanti dell'economia e del settore su cui stanno investendo. Di più: dichiarano di aver paura delle truffe, vorrebbero uno Stato più protettivo, lamentano che non ci si occupi di loro eppure decidono avventatamente senza chiedere nulla a nessuno.
Questo insieme di psicoattitudini finanziarie sta descrivendo, insomma, un fenomeno ancora non rilevato finora: che cioè questa ondata di ottimismo rende i risparmiatori italiani più avventati nelle scelte, quasi volessero convincersi che, siccome l'economia va, anche i risparmi andranno altrettanto bene. Ed è singolare che questo comportamento fideistico, azzardoso, e certamente scriteriato ed irrazionale riguardi prevalentemente i pensionati, le casalinghe e chi ha un basso livello di istruzione.
È sufficiente tutto ciò per dire che altri salassi si preparano per i risparmiatori italiani? Certamente no. Ma è abbastanza per dire che se oggi si presentasse qualcuno a chiedere denaro al mercato, con una faccia presentabile e pochi scrupoli, troverebbe terreno molto fertile per i suoi argomenti.
Occorre dire che dai crac Cirio e Parmalat parecchie cose sono cambiate. C'è una legge che tutela il risparmio più di quanto accadesse prima; le banche si sono cautelate anche contro i rischi che possono nascere al loro interno ed oggi profondono molte energie e denari per informare il cliente sul rischio dell'investimento. C'è perfino chi tiene aperto lo sportello al sabato e dà consigli non solo su quali titoli acquistare, ma su come compilare la dichiarazione dei redditi, calcolare la pensione, fare beneficenza. Insomma qualcosa è cambiato. Ciò che non è cambiato sta dall'altra parte, in noi risparmiatori.
La cultura economica langue e poiché, come dice il Nobel della psico economia Daniel Khaneman, non c'è nulla di più irresistibile per l'uomo che l'attrazione per l'irrazionalità dei comportamenti finanziari, c'è da chiedersi se tra i tanti investimenti pubblici 2007 non debba trovar posto anche quello nelle infrastrutture immateriali della cultura economica e del risparmio degli italiani. Anche questa, in fin dei conti, è politica per la tutela del risparmio.
b.costi@tin.it