Ecco perché l’Italia è pronta al nucleare

Ugo Spezia *

Nel suo commento del 21 gennaio, Giancarlo Casarelli ritiene che il capitolo nucleare in Italia non debba riaprirsi, e che comunque non se ne possa neanche parlare prima di dieci-quindici anni. Non posso concordare con quanto afferma Casarelli.
Il prezzo del petrolio naviga sopra i 60 dollari al barile e quello del gas è agganciato a quello del petrolio. Per questo motivo il sistema elettrico italiano - che dipende per l’84 per cento da petrolio, gas ed energia elettrica (nucleare) di importazione - oggi produce il kilowattora più costoso del mondo industriale ed è costantemente a rischio di black out. Tutto ciò ha una sola causa: l’assurda decisione (una scelta che nessun altro Paese al mondo ha fatto) di rinunciare all’energia nucleare chiudendo dalla sera alla mattina gli impianti in esercizio. Una decisione tutta politica assunta nel 1987 strumentalizzando il terrore di Cernobil e contro il parere di tutto l’establishment scientifico, economico e industriale, con in testa l’allora presidente dell’Iri Romano Prodi. Si tratta oggi di riconoscere quell’errore e varare una nuova politica energetica nel cui ambito anche l’energia nucleare possa trovare una collocazione razionale.
Nel suo commento Casarelli dimentica di dire che l’energia nucleare è oggi la prima fonte di produzione elettrica in Europa (35 per cento), proprio perché i Paesi europei quell’errore non lo hanno fatto. Nei Paesi dell’Ocse il nucleare copre il 25 per cento del fabbisogno elettrico. Dal disastro di Cernobil ad oggi la potenza nucleare installata nel mondo è cresciuta del 45 per cento, mentre la produzione di energia nucleare in Europa è aumentata del 57 per cento.
Casarelli dice che le previsioni più attendibili parlano di un calo della potenza nucleare installata nei Paesi Ue. Peccato che quelle previsioni furono elaborate quando il prezzo del petrolio era 25 dollari al barile con trend a scendere. Come si conciliano quelle previsioni con la fattura energetica di 50 miliardi di euro che l’Italia paga ogni anno all’estero? E con il fatto che oggi in Europa sono in costruzione dieci reattori, se ne stanno progettando altri due e molti governi stanno decidendo di realizzare nuove centrali nucleari?
L’auspicio di Casarelli è che in Italia si possa riprendere a parlare di nucleare quando saranno disponibili i reattori di quarta generazione. Una convinzione che egli matura sulla base di motivazioni che però sono infondate: gli attuali reattori nucleari - sostiene Casarelli - sono insicuri (evidentemente i Paesi industriali che ne fanno uso non se ne sono accorti) e non si sa dove mettere i rifiuti radioattivi (che sono invece normalmente gestiti in tutti i Paesi che fanno ricorso all’energia nucleare).
Quanto alla perdita del know how dell’Italia, ricordo a Casarelli che ci sono tuttora 1.500 tecnici nucleari che operano in realtà quali Enel, Sogin, Ansaldo Nucleare, Nucleco, Srs, Techint, Camozzi e altre ancora. Forse anche loro sono da considerarsi «esperti per eccesso di generosità». Ma non devono essere proprio da buttare se riescono a vendere il loro know how all’estero e ad inserirsi nei progetti internazionali di gestione delle centrali nucleari nell’Est europeo, nello smantellamento dell’arsenale nucleare ex sovietico, nell’acquisizione della società elettrica slovacca (sei reattori nucleari) e nel consorzio Epr. La verità è che il sistema nucleare italiano è in grado di ordinare e mettere in esercizio una centrale nucleare in qualsiasi momento.
Concordo con Casarelli su un fatto: in Italia il nucleare non serve se non si punta almeno a sostituire tutto il petrolio che viene sperperato per produrre energia elettrica: per questo scopo l’Italia oggi ne brucia più di tutti gli altri Paesi dell’Ue messi assieme. E, per conseguire il risultato auspicato, non sarebbe affatto necessario coprire il Paese di reattori nucleari: ne basterebbero quanti ne ha la piccola Svizzera.
* Segretario generale Associazione italiana nucleare