Ecco perché il Negroni non è mai sbagliato (anche quando lo è...)

È al secondo posto tra i cocktail più bevuti al mondo Creato a Firenze, è famosa anche la sua "variante"

Per gli addetti alla mixology e gli appassionati di cocktail, il magazine Drinks International ha lo stesso peso che vanta la Guida Rossa Michelin per i cuochi e i gourmet: si può discuterne contestarne il metodo ma fa testo. Ecco perché l'Italia alcolica deve andare orgogliosa che nella prima classifica dei migliori cocktail al mondo, la sua espressione più rappresentativa il Negroni sia stato superato solo dall'Old Fashioned, simbolo della «scuola» anglosassone, basata sul Bourbon. Per la cronaca, il nostro portacolori ha messo in fila Manhattan, Daiquiri e Martini Dry che bene o male qualcosa di tricolore può vantare. La top ten è completata da Whiskey Sour, Margarita, Sazerac, Moscow Mule e Mojito, che qualcuno attribuisce nella versione «rozza» a Sir Francis Drake. Invece, il Negroni quello originale - è nato a Firenze ed è legato a Camillo Negroni, personaggio eclettico della nobiltà locale: vero uomo di mondo con soggiorni tra Londra e gli Stati Uniti dove aveva fatto anche il cowboy per un breve periodo. A dire il vero, i personaggi sono due, perché insieme al conte, a cui ovviamente si deve il nome del mito, c'è anche un barman (meglio sarebbe definirlo «assemblatore») quale Fosco Scarselli. La storia inizia a fine 800, nei raffinati caffè fiorentini, ed è giusta farla raccontare a Luca Picchi, bartender del Café Rivoire a Firenze e autore del libro «Negroni cocktail, una leggenda italiana»(Giunti). «Stufi di bere vermouth o bitter nel tardo pomeriggio, tra i gentiluomini prese piede la moda di consumare una combinazione tra i due prodotti, ancora oggi molto apprezzata: l'Americano» scrive Picchi. Il cerchio (magico) si chiuse alla Bottega Giacosa, in via de' Tornabuoni 83. «È proprio qui che in un giorno imprecisato, ma tra il 1917 e il 1920 continua il conte chiese a Fosco di irrobustire il suo solito Americano. La scelta cadde sul gin che avrebbe notevolmente alzato il grado alcolico, senza tuttavia variarne la tonalità del colore rosso. Da un lato si aggiunse al drink una piacevole sensazione secca e pulita, dall'altro lo si esaltò con lo straordinario e inconfondibile gusto amarognolo del ginepro». Così per qualche tempo, il mix divenne «un Americano alla maniera del conte Negroni», ma ben presto il suo nome fu semplicemente «Negroni». Curioso che il più nobile dei cocktail sia uno dei pochi «internazionali» con una storia certa e una composizione mai messa in discussione. Ovvero un terzo di gin, uno di Bitter Campari e un'altro di Vermouth Rosso, miscelati in un bicchiere old fashioned con tanto ghiaccio e una fetta di limone come decorazione (o arancia, al massimo). Ed è anche quello che ha resistito a tutte le mode e tutto i cambiamenti del bere miscelato. Forse perchè è facile da preparare, facile da ricordare e facile da ordinare in tutte le lingue. Peraltro, a partire dagli anni '50, anche questo cocktail ha cominciato a fare i conti con le novità. Ha avuto tante varianti ma tutte senza modificare (o quasi) il concetto e la forza del Negroni originale. La prima importante nacque a Roma in pieno Giubileo, quando il barman dell'Hotel Excelsior decise di dedicare un cocktail a un cardinale che in alcune occasioni sceglieva proprio quel posto per il suo Negroni. Sostituì il Martini rosso con il Dry e chiamò la nuova versione Cardinale. Indubbiamente, la variante più famosa è il Negroni Sbagliato, creata dal famoso barman Mirko Stocchetto (scomparso lo scorso novembre), che la preparò al Bar Basso di via Plinio a Milano, negli anni '60. La celeberrima sostituzione del gin con spumante brut non fu studiata: Stocchetto, in realtà, prese una bottiglia per un'altra e pensando di versare il primo come da ricetta canonica - aggiunse il secondo. Il risultato però piacque subito ai frequentatori abituali, poi ai clienti di passaggio che ne diventarono testimonial. Ecco perché «lo Sbagliato» ha avuto quasi la stessa fortuna del Negroni originale ed è stato esportato ovunque. Ma diciamo la verità: perché davanti all'aggettivo c'era quella parolina magica.