Ecco perché si sbagliano i cultori della dolce morte

Rino Camilleri

A vedere per l’ennesima volta il povero Welby sulla prima pagina del Corriere della Sera verrebbe quasi da dire, cinicamente: per favore, basta, staccategli pure la spina e non se ne parli più. Se il suo fosse un caso isolato, pietoso ma da risolvere a sé stante. E parrebbe così, almeno a giudicare dal dibattito televisivo (al «Tg2 - Dieci Minuti») tra Alfredo Mantovano e la neo-presidente dei Radicali: il primo per tutto il tempo ha parlato in termini generali, perché una eventuale legge sarebbe valevole per tutti; la seconda ha insistito sempre e solo sul caso Welby. A questo punto dovrebbe essere chiaro che per gli innamorati della morte il caso Welby è puramente strumentale al fine di introdurre l’eutanasia nel nostro Paese. Forte l’espressione «innamorati della morte?». Può darsi, ma è un fatto che le battaglie radicali portano i nomi di aborto, eutanasia, droga (morte a rate). Da sempre i Radicali sono stati in quattro gatti ma sono sempre riusciti a imporre le loro idee a tutta l’Italia. Naturalmente, ciò non sarebbe stato possibile se alle spalle della loro pattuglia avanzata di guastatori non ci fossero sempre state le truppe corazzate dei marxisti (comunisti e socialisti) e dei liberali più anticlericali. Questo ha sempre garantito ai Radicali una visibilità che altri raggruppamenti, pur della stessa consistenza numerica, non hanno mai avuto. È il motivo per cui anche nella Casa delle Libertà i simpatizzanti dei Radicali abbondano. Intendiamoci, lo si sa benissimo che i Radicali fanno perdere molti più voti di quelli che apportano, ma il favore da essi incontrato presso il ceto intellettuale li rende lo stesso appetibili (in fondo, quel che ha scritto Ernesto Galli della Loggia sulla assenza delle élites intellettuali alla mega-manifestazione della Cdl del 2 dicembre scorso è tristemente vero). Si aggiunga che col ritorno di Mieli alla direzione del Corriere della Sera il cosiddetto «mielismo» è passato dal cerchiobottismo della prima direzione al bottismo puro e semplice della seconda. Il che significa che la testa d’ariete radicale ha adesso a disposizione anche il maggiore quotidiano nazionale. Da qui il corteggiamento bipartisan o trasversale se si preferisce. Perciò lo scivolamento zapaterista dell’Italia è solo questione di tempo, bisogna rassegnarsi. Tuttavia, da cattolici, vorremmo dire a Welby che il suicidio non è detto che sia la fine delle sofferenze. Secondo la prospettiva cattolica - ed è per questo che la Chiesa si batte con tutte le sue forze contro la «dolce morte» - c’è un altro tipo di vita al di là della morte fisica. Con la differenza che questa è eterna e congela per sempre le scelte fatte. È il motivo per cui la Chiesa preconciliare arrivava a negare i funerali religiosi ai suicidi e perfino la sepoltura in terra consacrata. Era una forma di avvertimento, disperato, ai vivi. Che si guardassero bene dal togliersi o farsi togliere la vita, perché potevano finire molto peggio. Si dirà che questo vale per chi ci crede. Francamente, non giureremmo sul fatto che certe cose smettano di esistere solo perché qualcuno non ci crede. Ecco, dunque, il fraterno appello rivolto a Welby: ci pensi bene, perché i cattolici potrebbero anche avere ragione. Quanto agli innamorati della morte (altrui, s’intende), ci pensino bene anche le teste d’uovo della Cdl: lisciarli farebbe, sì, guadagnare le simpatie (o attenuare le antipatie) della maggioranza (ahimè, sì) degli intellettuali che contano, ma implicherebbe senz’altro il disfavore della Chiesa e dei cattolici. E, al momento del voto, Pannella conta uno, come il sottoscritto.