Ecco il Volpe censurato perché poco fascista

Esce finalmente dagli arichivi il famoso articolo cassato dal «Corsera»

Nel mese di maggio del 1939 gli avvenimenti politici ci hanno più volte richiamato alla mente un altro maggio che venticinque anni addietro fu vigilia di storici eventi. Venticinque anni: e sembrano per noi un secolo. Difficile concepire un Paese meno preparato, allora, ad un grande cimento. Progressi, certo essa ne aveva fatti nell’ordine economico-sociale, nel pensiero politico, nel sentimento e nel presentimento dei valori nazionali. Contava anche al suo attivo l’impresa di Libia nel 1911-12; la vittoriosa resistenza a Francesi o Inglesi nella questione del Dodecanneso; la non infelice battaglia diplomatica per salvare l’Albania. E tuttavia, quanta frammentarietà e incoerenza, ancora, in quell’Italia di anteguerra \.
Momento difficile, quello, anche in fatto di relazioni internazionali. Intorbidati nuovamente i nostri rapporti con la Francia, come sempre ogni volta che l’Italia si muove nel Mediterraneo e in Africa: e ne era venuto il rinnovamento anticipato della Triplice. Ma anche con la Triplice non erano rose: specialmente con l’Impero asburgico. \
In quel momento la guerra esplose. Che fare? Inutile dire che Salandra non era animato da spirito battagliero. \ In Salandra, un’alta idea dello Stato liberale e dei suoi compiti, in confronto del suo predecessore. Ma vedeva il paese sempre sotto la minaccia della guerra civile, le finanze in mediocre ordine, il Parlamento irrequieto ed esigente. In tali condizioni una guerra atterriva. E quale guerra! Pare che Salandra non si illudesse: l’Inghilterra sarebbe intervenuta contro la Triplice. E per l’Italia liberale e costituzionale non era neppur pensabile una guerra con l’Inghilterra, patria del liberalismo e costituzionalismo, «tradizionalmente amica». Più ancora: che cosa sarebbe avvenuto delle città costiere italiane? Che della Libia, dove 50.000 uomini vivevano giorno per giorno dei rifornimenti della Madrepatria? Che dell’Eritrea, rinserrata tra Suez e Aden? E il carbone? E la lana? E il grano e il petrolio e il cotone che ci venivano dall’Inghilterra o attraverso il mare dominato dall’Inghilterra? \ Quindi, neutralità.
E gli italiani, e l’opinione pubblica, e i partiti, e la stampa? Voci triplicaste non mancarono. Anche benigne per l’Austria. \ Ma all’opposto campo, opposte voci, presto dominanti. I vecchi avversari della Triplice si precipitarono a far furia nella breccia aperta nella trentennale alleanza. Le pattuglie dei repubblicani in primissima fila, armate di irredentismo e, non meno, di «principi», contentissimi, ora di poter rinnovare il processo alla «politica estera della Monarchia», cioè alla Monarchia. Motivazioni non identiche, ma identica opposizione, i socialisti del partito, identica, i socialisti riformisti. E certo, questo atteggiamento di una parte dell’opinione pubblica poté avere il suo peso anch’esso nel determinare la neutralità. \
Davanti alla neutralità, ecco un altro obiettivo: la guerra, carattere prevalentemente ideologico, rivoluzionario e francofilo ebbe questo primo interventismo. Ma presto anche l’idea di una guerra a fianco, sì, dell’Intesa, poiché con gli altri non si era voluto o potuto andare, ma per l’Italia, non per la rivoluzione e per la Francia. L’Idea Nazionale fu tra i primissimi ad invocarla. Da quindici anni le pattuglie nazionaliste parlavano della guerra come salutare e necessaria. Oltre Tunisi o Trieste, Mediterraneo o Adriatico, additavano uno scopo più vago ma più grande: ridare tempra al popolo italiano, attraverso una sanguinosa prova. Pensiero non estraneo anche a conservatori liberali tipo Sonnino. In quei tragici giorni di agosto, Corradini poteva dolersi del fallimento della Triplice, ma si rallegrava del crollo dell’ideale pacifista e umanitario della internazionale proletaria o capitalista. \ Così l’interventismo cominciava a prendere il carattere prevalentemente democratico francofilo massonico rivoluzionario alla vecchia maniera e a prenderne un altro nazionale. \
Concorsero ad accentuare il carattere nazionale dell’interventismo l’immigrazione dei Trentini e quella degli Adriatici che ormai avevano superato il vecchio irredentismo romantico mazziniano popolaresco repubblicano pacifista. Non si nascondevano il pericolo slavo, se vinceva l’Intesa. Ma un solo modo per fronteggiarlo: partecipare alla guerra al loro fianco. Ed era urgente farlo. Ora o mai più. Pochi italiani erano insensibili a queste voci. E il motivo irredentista fu come una passerella gettata ai fautori della neutralità. Molti passarono. Si ebbe così anche questo: mentre da principio, per l’interventismo di sinistra, il maggiore bersaglio era la Germania, la Germania imperialista, militarista, incarnazione dello spirito del male ecc; ora sempre più, l’Austria, i vecchi Asburgo. Tornava nella sua piena attualità il Risorgimento, con i suoi problemi insoluti, i suoi eroi. Sintomatico e importante, in autunno, l’aperto passaggio del Corriere della Sera alla causa dell’interventismo: il Corriere voleva dire i ceti della cultura, molta borghesia industriale ed agricola \.
In autunno, maturò anche la crisi del partito socialista. Gran corpo, piccola anima. Esso era all’opposizione di ogni guerra, guerra non voleva dire collaborazione, solidarietà nazionale, proletari inquadrati da borghesi, valori patriottici? Quella guerra, poi, anche democrazia e massoneria. Pericolo di perdersi in quel bailamme? E poteva, il partito, anche avere ragione. Ma pericolo non minore, l’assenza, lo stare a vedere. Questo capirono alcuni socialisti: primissimo l’uomo più dinamico e volitivo che i socialisti contassero, Mussolini. Invano egli aveva, prima di allora, cercato di dar un’«anima rivoluzionaria» al partito. A questo scopo, aveva forse sperato di ingaggiar battaglia anche sul terreno della nazionalità. Ora, dopo dichiarata, la neutralità aveva perso ogni valore rivoluzionario, mentre se ne saturava a modo suo e nuovo, l’interventismo. Così Mussolini passò all’interventismo: presto dominandovi. Il partito non lo seguì: ma molti, sì. E le forze interventiste si arricchirono di uomini lontani dalla vecchia democrazia, dal nazionalismo, dal liberalismo. Mussolini cominciò subito l’opera di demolizione del vecchio socialismo, per farlo rivivere come socialismo nazionale, come nuova democrazia. Così l’interventismo diventava rappresentanza piena della Nazione: rappresentanza fatta non di partiti, tutti in crisi, tutti squassati e divisi, ma di elementi tolti da tutti i partiti, sintesi più che somma. Non grande omogeneità. E nel corso della guerra e dopoguerra, le venature cresceranno, anzi fratture. Ma idealmente, l’interventismo del 1914-15 è in nuce il fascismo o filofascismo del 1919.
È il destino della vita che il moto crea nuovo moto. Il cresciuto vigore dell’interventismo, con Mussolini, sollecitò altre forze uguali e contrarie, anche fra liberali e conservatori: né tutti gente pavida e incurante del bene della patria o sedotta dall’«oro tedesco», di cui pure si parlò, come si parlò, dall’altra parte, di «oro francese». Spesso, non c’è dubbio, ragionavano meglio degli avversari. Il dopoguerra darà ragione a molte loro previsioni. E tuttavia, il fiuto del tempo, il senso della direzione allora più giusta, lo avevano più gli altri \. Si venne così al cozzo, che fu quasi di guerra civile. \ La guerra era necessaria, si sarebbe fatta anche senza l’interventismo: ma l’interventismo accese passioni, mutò la necessità in coscienza e volontà nazionale, determinò una più intima partecipazione del Paese alla guerra, elevò il valore della guerra stessa, la rese capace di più grandi conseguenze, fece dei combattenti come l’avanguardia di una Italia più energica e volitiva, più protesa verso l’avvenire. L’Italia d’oggi.

* Le parole in corsivo corrispondono alle sottolineature presenti sul testo originale, conservato presso l’Archivio Storico del Corriere della Sera. Esse identificano le parti «incriminate», a causa delle quali l’articolo non fu pubblicato.