Eco agli studenti:" La vostra battaglia è solo per i baroni"

Dopo la "Lectio" a Siena lo scrittore discute coi ragazzi dell’ateneo. E boccia la protesta

L’università di Siena è un’università garbatamente sotto assedio. Studenti che fanno riunione permanente sotto i portici del rettorato, ricercatori spaventati all’idea che i contratti a progetto non vengano rinnovati. E non si tratta solo di riforma Gelmini o di legge 133, i conti dell’ateneo erano tutt’altro che rosei a prescindere.
Così i dottorandi stilano documenti, i docenti si spaccano tra chi dà ragione ai ricercatori e chi no. Insomma, quella che era la bomboniera delle università italiane, il modello certificato dal Censis, si è scoperta piena di debiti, si parla di 240 milioni di euro, fa fatica a pagare i ricercatori a contratto. E tutto questo a partire dalle gestioni precedenti, non dai tagli della 133.
In questa situazione «calda» è approdato l’altro ieri Umberto Eco, scrittore-semiologo che degli studenti e della sinistra è un’icona, quasi un oracolo culturale.
Il maître à penser era a Siena per fare una Lectio Magistralis sul musicista Luciano Berio.
Un’aula magna gremita proprio a fianco del rettorato. L’università che recita il suo ruolo di salotto buono della città, anche in un momento delicato. A un certo punto spuntano i ricercatori, leggono un documento. Fanno sapere che se non verranno pagati smetteranno di fare lezione. Quando finiscono la platea applaude. Applaude anche Eco, un po’ meno il rettore Silvano Focardi: la gatta da pelare è sua.
Il resto della prolusione di Eco scorre tranquilla. Poi gli studenti lo invitano a fare quattro chiacchiere sotto i portici. Il vecchio professore accetta.
E gli studenti immediatamente festeggiano, immaginano che «sposerà» la causa. Ma quello che, invece, parla, microfono in mano e oratoria tranquilla, è un Eco che nessuno si aspetta: «Il taglio dei fondi annunciato dal governo danneggia più i professori che gli studenti. È molto curioso che facciate una battaglia del genere per i baroni». E poi: «Credo che l’intenzione del governo sia quella di aiutare il più possibile le scuole private, a livello elementare e medio, perché è lì che si formano i ragazzi. A livello universitario non vale più la pena». Poi tranquillizza quelli delle facoltà umanistiche con una favoletta intrisa di ironia: «Non credo che taglieranno le vostre facoltà. C’è una storiella... In un grande ateneo americano discutono su quale facoltà aprire avendo pochi fondi. Qualcuno dice: “Apriamo una facoltà di ingegneria...”. Un altro: “Ma no, i loro macchinari costano troppo, meglio matematica, i matematici si accontentano di una matita, di un foglio e di un cestino!”. E il rettore: “Allora meglio Filosofia, ai filosofi serve solo il foglio e la matita, senza il cestino”».
Insomma, un discorso che per gli studenti è stato un po’ una doccia fredda, come ci racconta Tommaso Sbriccoli, ricercatore di sociologia e attivo nella protesta: «Lo abbiamo applaudito comunque per la cortesia che ha mostrato venendo a parlare con noi... Certo in molti un discorso così non se lo aspettavano... Due ricercatrici gli hanno ribadito il nostro punto di vista. Tagliando, i docenti riusciranno comunque a mantenere cattedre e stipendi: saranno i ricercatori non assunti a pagare per tutti...». Ed Eco alle obiezioni ha replicato. Insomma, l’Oracolo non ha dato risposte scontatamente gradevoli all’uditorio. Certo ha detto che la ricerca va difesa, ma il nodo del discorso si è concentrato su altro, come quando consiglia: «Non iscrivetevi a quelle facoltà inutili che spuntano dappertutto...».
E gli studenti, i ricercatori? Come ci spiega ancora Sbriccoli sulle idee di Eco riflettono: «Abbiamo preso atto... Ha delle ragioni, ma su questa riforma sbaglia... In fondo Eco si muove nell’iperuranio della conoscenza... Ci ha spiegato che ormai lui è in pensione, fuori da queste cose... Lo capisco, non si può chiedere a tutti di essere sempre impegnati... Poi forse più di così non si è sentito di dire... Con il sistema baronale gli tocca avere a che fare...».
Il dubbio però che ci si dovrebbe porre è: ma se questa volta il professore da lassù, dall’iperuranio, vedesse qualcosa che gli studenti non vedono?