Gli ecologisti apocalittici hanno la testa dura

«Parmi d’aver per lunghe esperienze osservato, tale essere la condizione umana intorno alle cose intellettuali, che quanto altri meno ne intende e ne sa, tanto più risolutamente voglia discorrerne, e che all’incontro, la moltitudine delle cose conosciute ed intese renda più lento e irresoluto il sentenziare» (Galileo). «La politica fu in primo luogo l’arte di impedire alla gente di immischiarsi in ciò che la riguarda. In un’epoca successiva si aggiunse l’arte di constringerla a decidere su ciò che non capisce» (Paul Valéry - da Sguardi sul mondo attuale). «Il punto sorprendente che è venuto fuori è che, nel prendere una decisione sull’energia nucleare, ci si debba guardare dai competenti in quanto possono essere non completamente obiettivi. L’argomento è veramente straordinario, soprattutto se eretto a norma di comportamento di fronte a importanti decisioni: esclusi i competenti restano i meno competenti, cioè gli incompetenti. Al limite, più grave è il problema da affrontare e risolvere e più incompetenti debbono essere le persone maggiormente ascoltate o che si debbano assumere la responsabilità delle decisioni. In qualsiasi Paese del mondo questa sarebbe un’ottima barzelletta, ma, qui da noi, tale orientamento trova chi gli dà voce e trova ascolto da parte di un’ampia fascia dell’opinione pubblica». Così Edoardo Amaldi alla Conferenza sulla sicurezza nucleare (Venezia, 25-27 gennaio 1980). Nel leggere l’articolo del professor Franco Battaglia, che dava una tirata d’orecchie al politologo, professor Giovanni Sartori, mi sono ricordato della considerazione svolta dal professor Edoardo Amaldi e che ho riportato sopra assieme ad altre due massime di Galileo e Paul Valéry. Sollecito, se possibile, le sue considerazioni in proposito.

Se spera, caro Riva, che dopo la frescura e le piogge dell’estate che declina gli apocalittici predicatori del riscaldamento globale (dovuto, va da sé, all’attività umana) si siano dati dei cretini, si sbaglia di grosso. Cape toste, sono. Tostissime. A giugno erano tutti là a indicare i segni inequivocabili della desertificazione che avanza, col Po morto stecchito, l’emergenza acqua, l’emergenza elettrica, i piani per far fronte a migliaia di decessi da caldo torrido e i decaloghi per sopravvivere alla canicola (non indossare indumenti di lana, non fare sollevamento pesi tra le dodici e le sedici, non abboffarsi di cassoeula e di polenta con le salsicce, eccetera) e poi tàcchete, ti arriva un’estate che manda a gambe all’aria le loro jettatature. Ciò nonostante, neanche una piega. Anzi, subito gli «esperti» dell’Onu ti sfornano un nuovo Rapporto (elaborato in base agli articoli dei giornali, essendo categoricamente escluso che gli «esperti» abbiano potuto in così breve tempo elaborare la caterva di dati scientifici raccolti in tutto il mondo da altrettante caterve di stazioni meteo). Del Rapporto diede ampio conto, è quasi superfluo ricordarlo, la Repubblica, portavoce del catastrofismo ambientale e del fregnaccismo ecologico. Questo il succo: contrordine, compagni, è il nord (dove «il clima è diventato più secco con conseguenze drammatiche per la desertificazione») che si ritroverà tale e quale il Sahara e dove «le ondate di calore insopportabile» si susseguiranno una via l’altra. Mentre il sud (ivi compresa la Puglia che secondo L'Espresso si doveva desertificare da qui a vent’anni) risulterà più umido, trasformandosi non piano piano, ma d’un botto, in qualcosa di simile alla foresta pluviale amazzonica. Tutto ciò, sempre secondo gli «esperti» dell’Onu, è molto strano. I modelli matematici tanto cari a Sartori non giustificherebbero, infatti, l’ampiezza di questi mutamenti. Ergo, gli «esperti» dell’Onu «ne attribuiscono in larga misura la causa ai risultati dell’attività umana». Ma si può?