Economia in crisi? Investiamo su Ricossa

La credibilità degli «addetti ai lavori», operativi o accademici che
siano, è ai minimi storici Per risollevare le sorti della «scienza
triste» ci vuole un po’ di ironia. E di sano antistatalismo

Sarà una coincidenza, ma certo colpisce che proprio in una fase storica che vede declinare la credibilità degli economisti accademici - accusati, a torto o a ragione, di non aver previsto la crisi finanziaria, e anche di averla in qualche modo favorita con le loro tesi - si vada assistendo a un massiccio ritorno in libreria delle opere di Sergio Ricossa, decano dei liberisti italiani e per molti anni firma prestigiosa di questo giornale. Casuale o no che sia, la circostanza è interessante, dato che per anni lo studioso torinese ha dedicato molte delle proprie energie a criticare i fragili fondamenti e le molteplici sbandate di quella che Thomas Carlyle ebbe a chiamare la «scienza triste».

Il revival ricossiano è corposo, perché dopo che tre anni fa era stato riedito lo splendido volume del 1986 intitolato La fine dell’economia (promosso dall’Istituto Bruno Leoni ed edito da Leonardo Facco e Rubbettino), nelle scorse settimane è stato pubblicato Maledetti economisti del 1996 (sempre da Rubbettino e con una prefazione di Lorenzo Infantino), ma da parte dall’editore calabrese già è stata annunciata come imminente l’uscita di altri quattro notevolissimi volumi: da Storia della fatica a I pericoli della solidarietà, da Impariamo l’economia a Manuale di sopravvivenza ad uso degli italiani onesti. Per giunta, è prossima la pubblicazione - per iniziativa di Ibl libri - di quel geniale pamphlet del 1980 che è Straborghese.
Tali opere vengono ristampate dato che, come succede con gli autori di razza, restano attuali come quando furono scritte e poi perché, sebbene non sia mai stato esaltato dalla nostra intellighenzia, Ricossa ha un suo pubblico di ammiratori affezionati. Va poi aggiunto che quella del professore torinese è una parabola che la dice lunga sulla situazione in cui ci troviamo e che può aiutarci a cogliere qualche elemento interessante della storia intellettuale più recente.
Per molti anni, Ricossa è stato un economista di idee liberali ma di impostazione metodologica neoclassica e in qualche modo convenzionale, che nei suoi studi ha fatto un uso massiccio della matematica e si è trovato sostanzialmente a proprio agio all’interno dei paradigmi prevalenti (negli anni Sessanta fu perfino direttore della rivista Note econometriche). Progressivamente, però, grazie all’influsso degli studiosi austriaci - Friedrich von Hayek su tutti - egli ha finito per assumere un atteggiamento sempre più scettico nei riguardi delle pretese dell’econometria. Da qui lo sviluppo di uno stile di pensiero che riannoda la scienza economica alla filosofia morale (rimettendo in relazione lo Smith de La ricchezza delle nazioni con quello della Teoria dei sentimenti morali) e, per certi aspetti, perfino alla letteratura. Egli stesso scrittore assai raffinato, Ricossa elabora una critica dell’economia che lo porta a riflettere sui fondamenti espliciti e impliciti delle scienze sociali: sulle molte questioni istituzionali, metafisiche ed epistemologiche che sono sottese ai dibattiti tra economisti. Anche per tale ragione, come rileva Infantino nella prefazione a Maledetti economisti, «l’attività pubblicistica di Sergio Ricossa è una singolare e inesauribile fonte di apprendimento», capace di svelare perfino quanto vi è di tragicomico - poiché l’ironia è una delle armi migliori di questo autore - in molte costruzioni concettuali d’impianto positivista.

Ne La fine dell’economia, a esempio, la critica all’interventismo pubblico s’intreccia con una corrosiva contestazione del «perfettismo»: dell’idea, cioè, che l’uomo possa superare ogni proprio limite e che la Ragione sia in condizione di governare il mondo. In qualche modo, in tale ricerca Popper è utilizzato per riscoprire temi che già erano stati affrontati da un grande pensatore italiano del Novecento come Antonio Rosmini. Per tornare a trovarsi a proprio agio all’interno degli studi economici, insomma, egli sviluppa riflessioni in ogni direzione.

Dopo aver passato anni a smontare gli apparati teorici che andavano per la maggiore (aveva dedicato grande attenzione critica a Piero Sraffa, in particolare), Ricossa si convince che una seria riflessione può aversi solo a partire da un approccio più modesto che sia consapevole della strutturale sproporzione tra la conoscenza umana e la realtà, e per questo che non nutra eccessive illusioni sulla capacità dei governanti e dei loro consiglieri di programmare la vita sociale. Egli sa bene che la storia dell’economia contemporanea è un cimitero di progetti fallimentari e previsioni mancate (come quella che formulò il premio Nobel Joseph Stiglitz quando in un saggio del 2002 sostenne che Fannie Mae - la public company Usa specializzata nell’emissione di mutui - non avrebbe mai incontrato difficoltà), ma è pure persuaso che le origini di tutto ciò esigano ben più che una riflessione sull’economia.

Se le sue pagine sviluppano acute analisi sulla storia, sulla morale, sui fenomeni culturali prevalenti, sui rapporti di potere, è perché egli si è progressivamente persuaso che le infermità dell’economia provengono da vizi intrinseci allo spirito del tempo. Leggendo Ricossa ci si rende conto che il keynesismo è in larga misura la proiezione, nel campo degli studi di economia, di quella cultura che ha in vario modo corroso la civiltà occidentale durante il Ventesimo secolo.

Lo stesso reciso antistatalismo ricossiano muove da qui. Per capire davvero che cosa si celi al fondo di Marx e Keynes egli fa ricorso - se necessario - a Shakespeare o La Rochefoucauld, ma questa strategia narrativa nasce dalla persuasione che la volontà di cancellare lo spirito d’impresa, il risparmio, il commercio e le virtù borghesi non è comprensibile in termini puramente economici. Per intendere tutto questo è indispensabile scandagliare le pulsioni più profonde che hanno animato l’Occidente moderno nella sua volontà di negare ogni spazio alla spontaneità, al decoro, al senso di responsabilità. Ricossa sa spiegare le cose più complesse usando formulazioni assai semplici, o apparentemente tali. Per questa ragione i suoi libri possono essere avvicinati anche come «manuali di economia» da chi l’economia non la conosce e neppure intende mettersi a studiarla; ed essi aiutano a familiarizzare con le idee di Ricardo e Pareto, Bentham e John Stuart Mill. Ancor meglio, però, è opportuno leggere i suoi lavori sapendo che si tratta delle riflessioni di un uomo saggio che, per scelta e per ventura, si è trovato a essere economista, ma che soprattutto non ha mai smesso di interrogarsi sulla verità delle cose e sul senso della vita associata.