Edgar Morin: «Declino? Direi piuttosto degrado» Guetta: «Rinsecchiti»

da Parigi
Sorpresa. I migliori intellettuali francesi sono i primi a percepire nella loro cultura un senso di crisi o comunque di difficoltà. È il caso di Edgar Morin, 86 anni, sociologo e filosofo noto in tutto il mondo, nonché dottore honoris causa di ben quattordici università d’ogni continente. Alla nostra domanda «La cultura francese è secondo lei in crisi?», Morin risponde: «La parola crisi non mi sembra la più opportuna per descrivere la situazione attuale. Preferisco parlare di degradazione rispetto al passato. Preferisco dire che oggi la cultura francese non solo sta attraversando, a mio avviso, un momento difficile, ma soprattutto che si sta degradando rispetto alle sue stesse tradizioni e appunto al suo passato». La macchina culturale transalpina sembra insomma essersi inceppata, anche se l’«industria culturale» continua a essere tra le più dinamiche del pianeta, come dimostrano tra l’altro l’intensità (quantitativa) della creazione letteraria e di quella cinematografica.
«L’autocelebrazione a cui si dedicano oggi molti autori francesi è la prova della crisi profonda in cui versa oggi la creazione culturale in Francia», dice il filosofo Alain Finkielkraut. A proposito dell’articolo di Time che critica pesantemente il mondo culturale francese, Finkielkraut dichiara: «Naturalmente gli americani hanno tutto il diritto di esprimere la loro opinione ed è per noi interessante osservarla con attenzione, visto che la situazione della cultura francese dovrebbe ispirare qualche riflessione anche da parte nostra». Finkielkraut è molto perplesso nei confronti dell’attuale momento della letteratura made in France. «La letteratura è stata a lungo un punto forte della cultura francese e ha contribuito in modo determinante a renderla celebre nel mondo, ma oggi le cose stanno diversamente e occorre fare una constatazione molto chiara: oggi, per quanto riguarda il romanzo, l’America va meglio di noi». Le riflessioni critiche di Finkielkraut trovano alimento anche in quello che lui considera «l’attuale carattere autoreferenziale» del dibattito intellettuale transalpino: «Ci sono - dice - segnali evidenti di una sorta di narcisismo collettivo. Ci sono filosofi che fanno l’apologia di autori teatrali, i quali tessono a loro volta le lodi di romanzieri, che finiscono per rilasciare interviste favorevoli a quegli stessi filosofi che hanno cominciato la catena degli elogi».
Interessante su questo terreno è anche la riflessione di uno storico, scrittore e politologo molto presente sui media transalpini, Bernard Guetta, che proprio in questi giorni pubblica presso le edizioni parigine Grasset il volume Le monde est mon métier (Il mondo è il mio mestiere), realizzato con lo storico Jean Lacouture. «In realtà - dice Guetta - il problema sta nel fatto che la cultura francese ha sempre cercato di esaltarsi e di “caricarsi” con le battaglie politiche, mentre oggi il dibattito politico francese si è rinsecchito e in un certo senso americanizzato. I nostri creatori culturali non hanno ancora trovato - come sostituto dei vecchi stimoli politici - un elemento veramente nuovo. Dunque si limitano a guardare e a descrivere il proprio ombelico, che per il resto del mondo non è particolarmente interessante».