Edipo ed Elettra sotto rete

A fin di bene si finisce per fare un gran male. E ciò che è peggio, se ne accorge ovviamente la vittima ma non chi è il principale attore del misfatto. Per fortuna nostra, si deve aggiungere, non si tratta di problemi che affliggono solo l’Italia e, quindi, non sarà necessario dare la colpa alla televisione e ai reality show per trovare la causa del male.
Quando un padre non si accontenta di fare il padre, cosa che sarebbe già grandiosa, ma vuole diventare il manager sportivo del proprio figlio (maschio o femmina che sia) il più delle volte confonde a tal punto i ruoli familiari che il disastro è inevitabile. Incominciamo con il dire che tutto questo ha un punto di partenza lodevole.
Il papà segue il figlio che sta uscendo dall’infanzia, è attento, sta con lui il più possibile quando termina di lavorare. Lo sport fa bene alla salute e, in particolare, allo sviluppo fisico del ragazzino. Ecco arrivare il fine settimana della bella stagione, ci sono attrezzature per la ginnastica o il tennis appena fuori dalla città, si suggerisce al proprio figlio di continuare l’attività sportiva che viene svolta a scuola durante le ore di educazione fisica, lo si accompagna ai campi di atletica e di tennis. Fin qui tutto bene, anzi: esemplare rapporto tra genitore e figlio.
I problemi arrivano dopo, come se, assaggiata la prima fetta di torta, si continua a mangiarne un’altra e un’altra ancora. Brutta indigestione. Il papà si accorge che il proprio figlio è veloce nella corsa, abile nel gioco a tennis, incomincia a iscriverlo alle competizioni e il guaio diventa un disastro se arriva una diabolica coincidenza: il ragazzino ha successo e il papà, per un motivo o per un altro, è competente nell’attività sportiva del figlio.
Ecco la metamorfosi: il genitore diventa l’allenatore e il giovane si trasforma nell’allievo. Tutto era iniziato con una scampagnata e un’innocente partita a tennis mentre adesso il papà e il figlio si trovano con ruoli del tutto diversi dai loro. Il dramma si consolida e diventa definitivo quando entrano in casa i soldi guadagnati con le vittorie del ragazzino che ormai è cresciuto, è un giovane campioncino.
È inutile a questo punto stupirsi delle reazioni al padre-manager che possono avere i figli anche se, a lui, devono il successo. Ed è anche inutile stupirsi dell’incredulità del genitore di fronte a quella che ritiene ingratitudine del figlio-allievo. Le ragioni delle reazioni e delle incomprensioni sono nella confusione dei ruoli, che erroneamente si suppone sia un motivo di rafforzamento dei ruoli stessi. Il padre, cioè, che è anche l’allenatore del figlio s’immagina di poter essere più attento, scrupoloso, sensibile alle esigenze del proprio figlio-atleta rispetto al semplice allenatore, a cui ovviamente stanno a cuore tutti i giovani del gruppo. È un ragionamento sbagliatissimo, così come è sbagliato che il padre si trasformi semplicemente in un amico per il figlio. Un padre deve essere padre e basta, educare alle regole, premiare e punire, essere affettuoso e severo. È bene che se ne stia alla larga dai profitti del figlio-atleta: lo segua piuttosto dagli spalti, faccia il tifo accanito per lui e gli dia qualche buon consiglio quando arriverà inevitabile la sconfitta.