Edith Piaf, il passerotto triste che cantava per non morire

Un libro e un film celebrano la fragile artista dalla voce possente che fu la più amata dai francesi

La ragazzina-passerotto era questo mucchietto di ossa e di carne che arrivava a malapena al metro e mezzo, due grandi occhi febbrili, la fronte bombata, le lunghe mani tenute nascoste dietro la schiena, una voce che si alzava cristallina e vigorosa e sembrava dovesse da un momento all’altro schiantare quel fisico più ridicolo che fragile, nato in tempo di guerra e poi malamente cresciuto in una Francia postbellica dove i «folli anni Venti» artistici e mondani erano anche i «tragici anni Venti» proletari e plebei, prostituzione e miserie, alcolismo e violenza. Figlia di una cantante di strada alcolizzata e tossicomane e di un saltimbanco, cresciuta in un bordello, tubercolotica e afflitta da una cheratite che rischiò di trasformarsi in cecità perenne, ragazza-madre dalla vita sessuale promiscua e disordinata, amante di magnaccia da quattro soldi, la Môme-Piaf, la ragazzina-passerotto, appunto, a vent’anni ne dimostrava quindici ed era divenuta famosa dalla sera alla mattina. Quando morì, ne aveva quarantasette ed era un rudere piegato dall’artrosi, rovinato dalla morfina e dall’alcol, eppure appena due anni prima aveva tenuto il suo ultimo, trionfale concerto. Je ne regrette rien era stato il motivo con il quale aveva salutato il pubblico in delirio dell’Olympia di Parigi: non rimpiango nulla, me ne frego del passato, ricomincio da zero. Un epitaffio, più che una canzone.
Presentato allo scorso Festival di Berlino, grande successo nei cinema di Francia, La Môme arriva ora in Italia (con il titolo La vie en rose, Marion Cotillard protagonista, comprimari di lusso come Gérard Depardieu ed Emmanuelle Seigner) e raramente un tale concentrato di miseria e di grandezza, genio e sregolatezza, arte e business ha trovato sullo schermo una figura così emblematica. Perché Edith Piaf, all’anagrafe Edith Gassion, primo nome d’arte Huguette Elias, fu il volto e la voce di una certa Francia, un impasto di vita e di cultura, passioni intellettuali e sentimenti popolari, il gusto del cibo, del vino e del sesso di una nazione che affrontava la propria decadenza senza accorgersene, fiera di una grandezza che era invece già passata, incapace di accettare un ruolo di secondo piano eppure costretta a doversi misurare con esso. Sotto questo punto di vista, la Seconda guerra mondiale, l’invasione tedesca, la sconfitta, il Paese diviso in due, il collaborazionismo, significarono la fine delle illusioni da un lato, l’aggrapparsi all’estrema illusione di una salvifica resurrezione dall’altro. De Gaulle, il gaullismo, la repubblica presidenziale e la «terza forza» vengono da lì, e più di mezzo secolo dopo sono ancora la chiave di volta per spiegare una grandeur senza più grandezza, un’idea lillipuziana di grande potenza nazionale in un mondo globalizzato dove solo gli imperi possono tracciare percorribili futuri.
Nel febbraio del 1936, all’epoca del Fronte popolare, delle ferie pagate e delle prime vacanze di massa, Edith ha vent’anni (era nata il 19 dicembre del 1915, sui gradini di un portone al numero 72 di rue Belleville...) e al gala del Circo Medrano, organizzato in memoria del clown Antonet e a sostegno della sua vedova, ottiene il suo primo grande successo di pubblico. Si esibisce con Mistinguette, Fernandel, Maurice Chevalier, ha già un disco all’attivo, L’etranger. Due mesi dopo il suo protettore artistico, Louis Leplée, viene abbattuto con un colpo di pistola alla tempia, perché il mondo nel quale la môme Piaf vive è questo qui, un demi-monde ai margini dove si campa con poco e si ammazza per ancor meno, ripicche, soldi, gelosie, semplici sgarbi, artisti più o meno falliti e promesse, papponi e puttane, ladri e ubriaconi, marinai e legionari in licenza, borghesi in cerca di emozioni forti... È una prima, seria battuta d’arresto, ma nel giro di un paio d’anni è di nuovo in sella e l’A.B.C. dei Grands Boulevards, il più famoso dei music-hall di Parigi, le apre le porte. Ha un nuovo protettore artistico, ma questa volta è anche il suo amante (il povero Leplée era omosessuale), si chiama Raymond Asso, ed è lui a trasformare la Piaf da cantante in icona, costruendole canzoni su misura, rivedendone il look, facendone un’interprete.
Il battesimo al nuovo corso lo dà Jean Cocteau, che ha il genio delle pubbliche relazioni e intuisce il talento quando esso è ignoto persino al diretto interessato. «Guardate questo piccolo essere le cui mani sono quelle della lucertola delle pietre. Guardate la sua fronte di Bonaparte, i suoi occhi di cieca che hanno ritrovato la vista. Come farà a far uscire dal suo petto minuto i grandi lamenti della notte? Ed ecco che canta, o meglio, come l’usignolo di aprile prova il suo canto d’amore. Avete ascoltato questo lavorio dell’usignolo? Soffre. Esita. Si schiarisce. Si strozza. Si lancia e cade. E d’improvviso, trova la sua strada. Vocalizza. Sconvolge».
Gli anni della guerra furono gli anni della Piaf. Il film stende su questo un velo, come del resto i francesi continuano a fare sul collaborazionismo 1940-1944 che rimane uno dei misteri più raccontati, ma meno conosciuti di Francia, l’essere andati a letto con il nemico, spesso con reciproco piacere. Come Arletty, come Maurice Chevalier, come Charles Trenet, Edith continua a vivere e a lavorare a Parigi, film, gala per i prigionieri, per la Croce rossa, music-hall e cabaret per gli ufficiali tedeschi e la buona borghesia cittadina. Non è tradimento, amore per la Germania o per Hitler, è la vita con i suoi compromessi e le sue debolezze, le attese, le speranze frustrate, la rabbia per la cecità politica e l’incapacità militare... L’oleografia, la Francia che ha sempre resistito, verrà dopo, ma allora c’è questa nazione umiliata e offesa che cerca di ritrovare un senso, di capire come e perché sia andata a finire così, che nonostante tutto vuole andare avanti. La voce di questa Francia è la sua voce.
Grande spazio nel film ha la storia d’amore con Marcel Cerdan, il francese di Algeria campione del mondo dei pesi medi, che morirà in un incidente aereo mentre è in volo per raggiungerla. Un grande amore, certo, ma basta leggere il libro di memorie della sorellastra Simone Berteaut, la «mômone» la ragazzetta che le sarà a fianco per trent’anni, per comprendere come tutta la vita del «passerotto» sarà un susseguirsi di storie sentimentali brucianti e burrascose, la presenza di un uomo come una necessità per chi si era sempre sentita sola e aveva sempre temuto la solitudine. L’elenco dei suoi amanti stilato da Simone è interminabile e c’è spazio per tutti i ceti e in fondo tutte le età: l’ultimo, Theo Sarapo, avrebbe potuto essere suo figlio, ma ce ne furono molti che avrebbero potuto farle da padre. La morte impedì che anche quella storia terminasse come le altre, perché poi era sempre lei a porre fine a ogni relazione, bulimica d’affetti com’era e sempre in cerca del successivo e «definitivo» amore della sua vita: e proprio l’idea che qualcun altro, qualcos’altro, avesse deciso per lei, trasformò quell’amore troncato in tragedia, espiazione, volontà di annullamento.
In italiano manca nel film l’argot che fece di Edith la beniamina dei suoi connazionali, argot di cui è invece pieno il libro di memorie della Berteaut. Amata dagli intellettuali, la Piaf piaceva alla gente comune proprio per questo suo incarnare la Parigi popolare dei bal-musette e dei bistrot-à vin che ancora fra le due guerre era una realtà e poi sarebbe divenuta un nostalgico ricordo: una certa ribalderia nell’esprimersi, il gusto della battuta, la risata che esplodeva come un colpo di cannone, il s’amuser fra amici davanti a un’eau-de-vie o a un cognac... La sua decadenza fisica fu anche questo, un eccesso di liquori, di sigarette, di notti che non finivano mai, un fisico malnutrito da bambina e poi nutrito male da grande... Il volume Passione e arte (Baroni editore, 469 pagine, 50 euro) che Angelo Giannecchini ha messo insieme unendo l’amore per la cantante a quello del collezionista di tutto ciò che la riguardava, dà visivamente, attraverso una miriade di foto poco note, ritagli di giornali, copertine di dischi e di riviste, ritratti e locandine cinematografiche, il senso di quella che fu una vera e propria mutazione antropologica.
I quindici anni e poco più che separano la fine della Seconda guerra mondiale dalla sua scomparsa furono punteggiati di incidenti d’auto, spesso per ubriachezza di chi era alla guida, ricoveri per disintossicarsi, crisi di panico e crisi cardiache, tentativi di suicidio, operazioni chirurgiche, broncopolmoniti, coma epatici, svenimenti in palcoscenico. Specie gli ultimi furono una specie di suicidio cercato, cantare fino a morire, eppure cantare per non morire. Si sa, se a un passerotto togli la voce...