Gli editori che fanno sembrare Vasco un pantofolaio

Sia lodata la rockstar che investe in cultura. Ma leggete cosa rischia questo manipolo di eroi per amore della letteratura

Hanno un’idea di letteratura inversamente proporzionale alle esigenze commerciali, piangono sempre miseria e di solito non pagano i collaboratori. Non vivono, ma sopravvivono. Non lavorano, ma si divertono. Non pubblicano bestseller, ma stampano follie.
Di editori spericolati come Vasco Rossi, che ha da poco annunciato di finanziare la rivista Satisfiction, in Italia ce ne sono più di quanti una prudente analisi di mercato faccia supporre. E, tutto sommato, anche peggiori: più ostinati, incoscienti, audaci. Del resto, come ha scritto ieri la rockstar spiegando la decisione di partecipare a Satisfiction per 50mila euro all’anno, «trattasi di investimento con capitale a rischio», o almeno così gli ricordava il suo commercialista.
Per stampare quello che si vuole e non quello che vuole il mercato, si rischiano patrimonio, faccia, carriera e a volte salute. Eppure ci sono pazzi che lo fanno ogni giorno. Come il mai eguagliato Vanni Scheiwiller che, a chi gli chiedeva lumi sul suo mestiere, rispose: «Ogni sera ringrazio Iddio di non essere un editore obiettivo, né giusto, né impegnato. Pubblico solo ciò che mi piace, faccio di tutto per pubblicare ciò che mi piace. Sono felice dei miei amici meravigliosi, che mi sono scelti io». E la compagnia cui alludeva era impressionante: Pound, Montale, Rebora, Emilio Villa, Pizzuto. Vendette poco, Scheiwiller. Ma entrò di diritto nella storia della cultura.

Come a suo modo ci è entrato il leggendario Franco Maria Ricci, collezionista e bibliofilo che per quarant’anni ha stampato i libri più eleganti della nostra editoria - «il più grande editore d’arte del mondo» per Le Figaro - e poi all’apice del successo si ritirò per costruire un maestoso giardino-labirinto nella sua villa sulla collina parmense. E a suo modo ci ha provato anche l’epico Tommy Cappellini, un ragazzo che nel 1998, a 24 anni, magazziniere in un supermercato di Cantù, dopo aver ricevuto in eredità una mansarda dal padre andò in banca a chiedere un prestito per aprire la King Kamehameha Press, dal nome del club preferito da Magnum P.I.: stampò alcuni titoli pazzeschi (sette in tutto!), come la biografia di Dylan Thomas scritta da Paul Ferrarsi o La deriva dei sentimenti di Yves Simon, fu il caso dell’anno al Salone del Libro di Torino del 1999 e dopo un paio d’anni sprofondò in un buco di qualche decina di migliaia di euro. Però per una stagione è stato l’editore che sarebbe piaciuto a Giulio Einaudi.

La casa editrice di Dino Azzalin invece c’è ancora. Lui è un talentuoso e danaroso dentista di Varese, e poeta. Dieci anni fa ha rilanciato con la sigla Nuova Editrice Magenta la gloriosa casa della «linea lombarda» creata da Bruno Conti fra gli anni Cinquanta e Settanta. Azzalin, con sprezzo del pericolo e del portafoglio, ci ha per esempio regalato alcuni inediti di Guido Morselli. In più ogni 10 agosto, San Lorenzo, offre una memorabile «notte dei poeti» nella sua tenuta sulle colline di Varese dove sono tutti invitati, da Zanzotto in giù.
A proposito di poesia. Più che spericolato, un vero corsaro è Michelangelo Camilliti, cartolibrario di Camnago di Faloppio, tra Como e la Svizzera, che con la sua Lietocollelibri spende molto più di quel che guadagna: per un vezzo tutto suo stampa solo libri in 99 copie, cura personalmente la veste grafica dei volumi e pubblica sia emeriti sconosciuti sia autori superaffermati, basta che gli piacciano. Il suo maggior successo, del 1995, è Lettera ai figli di Alda Merini, un libricino minuscolo dettatogli al telefono dall’amica poetessa in un momento di sconforto. Parola, per altro, ben conosciuta nel settore. Dove riuscire anche solo a stare in piedi è un successo.

Chi invece si è messo addirittura a correre, nonostante abbia iniziato a camminare nel 2006, è la Excelsior 1881 di Luca Garavaglia, milanese di nobili origini, già megadirigente d’azienda in multinazionali come la San Pellegrino e poi, d’amblè, alla nascita della seconda figlia, editore. «A un certo punto mi sono chiesto, ma io cosa potrò lasciar loro di importante?». Risposta: oggi la Excelsior 1881 fa 40 titoli all’anno e anche discreti utili. Pubblicando inediti&ritrovati di Flaubert, Bulgakov, Malaparte, Leblanc... Tipo strano, Garavaglia. Pubblica solo quello che gli piace leggere e riesce anche a fare soldi.

Tipi strani, gli editori. Quelli di Gran vía edizioni, ad esempio. Nascono nel 2006 a Milano con l’obiettivo di pubblicare solo narrativa contemporanea castigliana. Un mercato abbastanza ristretto. Così decidono di cedere alle esigenze commerciali aprendo al catalano, al basco e al galego... Eroici.

Al confronto Fabrizio Zollo, fondatore nel 1991 a Pistoia delle Edizioni Via del Vento, è un intemerato. Già dirigente comunale, per anni dalle 14 in poi, finito il lavoro, si è dedicato alla sua passione che, da quando è in pensione, è anche il suo lavoro: stampare libricini di poesia e prosa, con autori scelti secondo il proprio gusto, solo in testi rari o inediti: lettere di Cézanne, racconti di Mishima, poesie di Whitman... Quattro collane, dodici titoli all’anno, 4 euro a volume, un gruppo di sponsor che acquista una parte della tiratura, sempre di 2000 copie. Guadagno quasi nullo, divertimento massimo e il lusso di poter rifiutare, se non aggradano, anche versi di Kavafis. Che, invece, fanno impazzire il più impavido editore di poesia al mondo: Nicola Crocetti delle sempre al verde e sempre benemerite omonime edizioni.

E se la forza degli editori spericolati è l’assoluta libertà di scelta, il più spericolato allora è Aldo Canovari, patron della Liberilibri di Macerata, la prima e più importante casa editrice ultraliberale d’Italia. Nata nel 1986 da una costola della Ama srl, azienda di produzione e distribuzione di metano, l’impresa editoriale di Canovari ha sdoganato opere fondamentali di filosofia politica che per la loro carica libertaria da noi non erano state ancora tradotte, dal Discorso sul libero pensiero di Anthony Collins del 1713 ai testi di Ayn Rand. Senza farsi contagiare dal demone della fama e della fame. «Liberilibri si è data come regola di igiene aziendale - spiega Canovari - quella di non rincorrere le quantità, di non lasciarsi prendere nella trappola del gran numero di titoli in catalogo». Come un ricco editore qualunque. Ma non spericolato, purtroppo.