Edouard Manet, l’orientalista

I visitatori dell’esposizione di Edouard Manet al Vittoriano (fino al 5 febbraio) rimarranno forse un po’ delusi di non trovare, fra le circa centocinquanta opere esposte, quei capolavori del grande artista che fanno bella mostra fin dall’inizio del sontuoso catalogo e che, per ovvie ragioni di tutela, non sono stati spostati dalle loro sedi. E, a prima vista, parrebbe una diminuzione della mostra l’assenza della celeberrima Olympia, del Déjeuner sur l’herbe, Victorine Meurent in costume da espada o del fatidico Ritratto di Emile Zola. Opere molto conosciute che forse avrebbero persino nociuto alla stessa esposizione, oscurando quelle opere minori, - disegni e acqueforti - che connotano ancor meglio la grande personalità dell’artista; il quale con la sua prolifica attività grafica ha rivelato la visione e il gusto dell’Impressionismo francese. E che forse più di ogni altro artista ne rappresentò la cultura e lo spirito innovativo.
La mostra infatti costituisce il meglio della complessa cultura figurativa di Manet che ci appare attraverso bozzetti schizzati velocemente e soprattutto attraverso le sue incisioni che circolarono in Europa per tutto l’Ottocento, mediando in piccolo gli stessi dipinti: come per esempio l’Olympia della quale sono esposti i disegni preparatori e la bellissima acquaforte. Ma nella mostra vi sono anche le sue più famose stampe, dai ritratti degli amici quali Baudelaire e Poe, a tutte quelle acquetinte che risentono dichiaratamente dell’opera di Goya col suo gusto rivoluzionario e con i temi cruenti della sua grafica. In quelle sue belle incisioni come l’Odalisca o Lola de Valence, il gusto spagnolo, goyesco, riberesco o velazquegno appare evidente e la mediazione spagnola diventa un indice di modernità; anche nelle tematiche rivoluzionarie che in Manet risultano quantomeno insolite, come nella goyesca Esecuzione di Massimiliano, e nelle impressionistiche nuvole degli spari che si confondono con le nuvole atmosferiche.
Ne risulta, insieme alla sua ben nota abilità di paesaggista qui documentata dalla serie delle marine dipinte a Boulogne sur-Mer, uno spirito molto francese dell’Ottocento coloniale che già artisti come Gericault, Delacroix, Courbet e lo stesso Ingres avevano trattato negli harem di Algeri o nelle più sanguinose battaglie del deserto sahariano.
Ma tutto questo cosmopolitismo nella Parigi di Napoleone III si arricchisce anche di un elemento orientale che giusto allora approdava in Europa attraverso le stampe giapponesi che Manet dichiara apertamente di amare, inserendone una persino nel celebre ritratto di Zola. La bella pittura di Manet, pastosa ed elegante, la si può ammirare qui anche nelle figure, come nel ritratto di Méry Laurent, di una palpitante resa espressiva nello stagliarsi sul turchese del suo fondo giapponesizzante. Ed è un vero peccato che per far numero siano state inserite alcune opere insignificanti che turbano l'alta qualità della mostra.