Edward Said e l’attualità di arrivare tardi

L'ultima opera di Edward Said si intitola On Late Style, «Sullo stile tardo» (Pantheon Books). Il grande critico di origine palestinese, professore di letteratura comparata alla Columbia University, ci stava ancora lavorando quando la malattia lo vinse, a New York, alla fine del settembre 2003. Il progetto bolliva in pentola da almeno un decennio. La fedeltà e l’acribia filologica della moglie e di alcuni discepoli hanno trasformato un cumulo di appunti in un libro di indiscutibile coerenza, pieno di acume e di vita - il più leggibile e umano di Said. Tutte le grandi passioni dell’autore qui si trovano rappresentate: la musica, la letteratura, la causa palestinese. Ma soprattutto la musica. Said era non solo un eccellente pianista, ma aveva capacità di musicologo che non è affatto comune trovare tra i professionisti delle lettere (collaborava con musicisti del calibro di Daniel Barenboim e di Yo-Yo Ma e che scriveva pezzi di critica musicale per The Nation).
L’idea di «stile tardo» viene da un saggio di Adorno, dedicato all'ultimo Beethoven. Secondo Adorno, nello stile tardo della Missa Solemnis o della Nona sinfonia si esprime un isolamento di tragiche proporzioni. Quello stile, che rivela l'imminenza della morte, è libero da qualunque costrizione, ha rotto per sempre con l’ordine sociale. È il trionfo dell’espressione e della catastrofe. Said allarga il concetto di stile tardo e vi vede una proprietà essenziale di tutte quelle opere, musicali, letterarie o filmiche, che vanno contro la contemporaneità, che si rifiutano di sottostare alle regole del mondo moderno. Stile tardo può significare anacronismo, ma in un senso nobile: è l’inattualità degli ingegni inclassificabili, degli artisti che non sono al passo con il loro tempo perché anticipano i tempi futuri. Lo stesso Adorno, per Said, con la sua aristocraticità intellettuale, con la sua impervietà linguistica, è un’incarnazione dello stile tardo.
Non è necessario che lo stile tardo appartenga a un’opera tarda. La novella Morte a Venezia, che si inserisce nella produzione giovanile di Mann (fu pubblicata nel 1911), va messa sotto l’etichetta di stile tardo per il suo contenuto provocatorio, per la sua rappresentazione di una Venezia mitica e decadente. Allora non ci sorprenderà di trovare tra i rappresentanti di questo stile uno scrittore iconoclasta come Jean Genet, ladro e filopalestinese o un virtuoso del pianoforte come Glenn Gould, che troncò ogni rapporto con il pubblico pagante e si ritirò nell’ascetico esercizio dell’arte, nello studio maniacale di Bach, riportando la performance al livello di un’esecuzione originaria, quasi non ci fosse più differenza tra compositore e musicista.
Un capitolo del libro è dedicato al nostro Gattopardo - libro tardo già per il fatto di essere postumo, e perché tratta di un mondo semiestinto. È il capitolo forse meno appassionante, per un lettore italiano, che sa tutto di questione meridionale, Gramsci ecc. Però ci sta bene. Infatti, collocando il romanzo di Lampedusa in un contesto storico e ideologico e mettendolo a confronto con l’adattamento di Luchino Visconti, questo capitolo mostra con quanta disinvoltura Said si muovesse tra le culture. Per cui, nel capitolo conclusivo, troviamo perfino richiami all’ultimo Euripide (quello delle Baccanti e dell’Ifigenia in Aulide) e alla poesia archeologica di Kavafis.
L’ingegno di Said brilla soprattutto nelle parti che parlano di musica, e in particolare di opera. Nonostante la perizia e la specializzazione dei commenti, qualunque lettore divorerà con gusto infinito il capitolo sul settecentismo di Richard Strauss o quello sul Mozart di Da Ponte.
E non dimentichiamo un altro dei pregi di On Late Style - che è uno di quei libri che realizzano la propria tesi. Libro tardo, libro postumo, e libero come pochi libri di critica sanno essere.