«Einstein? Un genio che ha cambiato il mondo senza accorgersene»

La regista Liliana Cavani: «Era un uomo straordinario Conoscerlo fa venire voglia di essere più intelligenti»

da Roma

Non solo l’uomo buffo, dalla scapigliatura folle, gli occhiacci e la linguaccia impertinenti, mostrati all’obbiettivo. «Quella è la sua foto più celebre: l’icona consegnata all’immaginario collettivo del XX secolo - considera Max Gusberti -. Ma Albert Einstein non fu, evidentemente, solo questo». Quel moltissimo di più che - come osserva il responsabile della Fiction Rai - circonda l’ormai mitica figura dello scienziato più famoso del mondo, ha fatto da base a Einstein: miniserie prodotta dalla Ciao Ragazzi di Claudia Mori e presentata ieri al Roma Fiction Fest, in anteprima sulla messa in onda di novembre. «Raccontare una simile mente al grande pubblico della fiction non era semplice - riflette Gusberti - Bisognava popolarizzare un intelletto. E subito la regista ideale, già biografa di grandi della mente e dello spirito quali San Francesco o Galilei, è parsa lei: Liliana Cavani».
«Sono sempre stata incuriosita dalla vita di quei geni che compiono delle rivoluzioni culturali quasi senza accorgersene - spiega la regista -. Ed Einstein è fra questi. Perché, a fronte di scoperte che hanno cambiato il nostro modo di guardare al tempo e allo spazio, lui era un uomo semplice, lineare, nient’affatto pomposo (come talvolta sono certi professoroni): in perfetto equilibrio fra modestia, umorismo e ilarità. Einstein era anche un uomo molto spiritoso». In più, un film sul genio della scienza non era ancora mai stato fatto: «E il nostro cerca di approfondire il personaggio provando, nel contempo, a essere il più chiaro e diretto possibile». Esempio: la celeberrima quanto complessa teoria della relatività, viene spiegata in una scena in cui lo stesso Einstein («Che aveva il dono di illustrare le proprie scoperte in modo chiarissimo») la spiega al proprio figlio, con parole adatte a un bambino. «Insomma: conoscere Einstein fa venire voglia di diventare più intelligenti».
La miniserie parte dai ricordi che, davanti a una tazza di the, colgono Einstein (Vincenzo Amato) e la prima moglie Mileva (Maya Sansa), casualmente incontratisi dopo anni di separazione. Si ripercorre così la loro collaborazione e il loro amore, l’ostilità subita dagli ambienti accademici, la nascita della teoria della relatività, la conquista del premio Nobel, la persecuzione nazista e la fuga negli Stati Uniti, fino ai sensi di colpa per l’indiretto contributo dato alla bombe di Hiroshima e Nagasaki. «Dunque - sintetizza uno degli sceneggiatori, Pino Corrias - bisognava tradurre delle equazioni in una storia». «E scaldare una materia come quella scientifica - aggiunge il collega Massimo De Rita - che ai più appare sostanzialmente fredda».
Incaricato di rendere umano il genio è stato Vincenzo Amato (lanciato da Nuovomondo di Crialese): «All’inizio il personaggio mi faceva ridere - confessa - perché parlandone con la Cavani l’avevo scoperto curioso, spiritoso, mattacchione. Poi mi ha fatto paura. La soluzione è stata raccontarlo non come un titano; ma come un uomo soprattutto curioso». «Nei rapporti con la sua donna, poi - aggiunge Maya Sansa - Einstein si rivelò gioioso, entusiasta, appassionato. Erano due ragazzi che, invece che di cinema o musica, si entusiasmavano per la fisica».
«Il bello di questi personaggi - fa eco la regista - è che anche loro hanno una vita privata. È scoprire questa vita, che ce li rende più vicini. Abbiamo quindi costruito il racconto attorno a tre blocchi: i rapporti del protagonista con Mileva, collaboratrice e moglie affezionata prima, sempre più estranea poi; quelli con i figli, dove si vede l’incapacità e la fragilità dell’uomo che soffre della loro lontananza; quelli coll’impegno pacifista, di cui Einstein si fece vessillifero, lasciando scritto ai colleghi scienziati, solo tre giorni prima di morire: “Ricordate sempre la vostra umanità e dimenticate tutto il resto. Così troverete un nuovo paradiso. Altrimenti solo la morte universale”».