Le elezioni sono lo spettro che terrorizza Prodi

Sospettoso com’è, a Romano Prodi i dibattiti sulle riforme istituzionali, ieri come oggi, non sono mai andati a genio. Non è un caso che ai tempi della Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema, anche allora inquilino di Palazzo Chigi, abbia suggerito cautela di continuo. E non è un caso che da quando il Quirinale ha rilanciato il dialogo sulla riforma della legge elettorale, non si è mai capito come la pensi il presidente del Consiglio. Dice e non dice. Manda avanti, per non dire allo sbaraglio, il ministro Vannino Chiti. Salvo poi a delegittimarlo quando un’ipotesi di accordo tra maggioranza e opposizione sembrava alle viste, e ad assumersi per un momento l’onere della trattativa. Per poi filarsela all’inglese quando tutto è tornato in alto mare.
Il motivo è presto detto. Non fidandosi di nessuno, tanto meno di quel Walter Veltroni che comincia a scalpitare ai bordi del campo e a suggerire l’agenda politica, Prodi teme di pagare il conto di qualsivoglia cambiamento. Insomma, per buttarla nella filosofia greca, parteggia per Parmenide, perché pure lui sostiene che solo l’essere è e che il non essere - a cominciare dal divenire, dal movimento - non esiste. Mentre ha orrore di Eraclito, per il quale la realtà si realizza nel divenire. Questo Prodi-pensiero il Professore non avrebbe potuto esprimerlo meglio che a Bari, alla Fiera del Levante.
Avendo la coda di paglia, non ha voluto dare l’impressione del conservatore istituzionale incallito. Perciò ha dichiarato che occorre - sicuro - modificare la legge elettorale, fonte di «instabilità e di frammentazione». Ha invece omesso che una simile riforma la vorrebbe il più tardi possibile. Magari grazie alla tessitura della classica tela di Penelope, com’è convinzione di Silvio Berlusconi. Sorvolando sul fatto che se non si cambia la legge elettorale sarà ineluttabile lo svolgimento del referendum nella prossima primavera. A meno che, si capisce, non intervenga lo scioglimento anticipato delle Camere. Perché in tal caso il referendum slitterebbe di un anno, se non addirittura di due.
Ciò premesso, il Professore si sfila l’asso dalla manica. Mettendo le mani avanti, aggiunge che «adottare finalmente una buona legge elettorale non credo sia motivo di chiedere elezioni anticipate». Ma non vuole dare a vedere che la paura fa novanta. E così cerca di giustificare come può l’assunto. Ecco i suoi memorabili detti: «L’Italia ha capito che la continuità nell’azione di governo è condizione indispensabile per affrontare i suoi problemi». Ribattere a queste tesi scombinate è la cosa più facile del mondo. Per cominciare, la stabilità ministeriale è sì condizione necessaria ma non sufficiente del buon governo. E su questo bel governo nessuno più è disposto a scommettere.
Prodi poi sbaglia i suoi calcoli per altri due motivi. Innanzitutto, dall’unità nazionale ai giorni nostri le leggi elettorali sono state cambiate quando le elezioni battevano alle porte. Non c’è nulla di meglio per rinfrescare la memoria del presidente del Consiglio che dare i numeri. Basti citare al riguardo le elezioni del 1892, del 1895, del 1913, del 1919, del 1924, del 1953, del 1994. Insomma, ci sono fior di precedenti in proposito. E poi proprio il caso del 1994 è quanto mai istruttivo. Un insospettabile Oscar Luigi Scalfaro, felicemente regnante al Quirinale, giustificò lo scioglimento anticipato delle Camere anche con l’argomento che la nuova legge elettorale scaturita dal responso referendario aveva in sostanza delegittimato i due rami del Parlamento. Vox populi, vox Dei. O no, chiarissimo Professore?
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