Un emozionante viaggio storico nelle segrete di Castel S. Angelo

È un’occasione da non lasciarsi sfuggire: da domani fino al 26 agosto sarà possibile visitare le storiche prigioni di Castel Sant’Angelo, che sono state riaperte al pubblico dopo dieci anni.
Duemila anni di storia in cui la Mole Adriana ha subìto varie trasformazioni a seconda dell’evoluzione della Città Eterna. Da monumento funerario a fortezza, da dimora papale a «deposito» di uomini, di alimenti e di materiale bellico. E sono appunto le «segrete» di Castel Sant’Angelo, realizzate per volontà di Alessandro VI Borgia, ad affascinare e intimidire il visitatore. Dopo aver attraversato un ambiente chiamato «parlatoio» e aver oltrepassato un corridoio circolare, ci si addentra, scendendo una stretta scaletta, nelle piccole celle. Caverne infernali di modeste dimensioni che si intrecciano dando vita a un vero e proprio labirinto, dove le incisioni dei carcerati - impressionanti impronte del loro malessere - scalfiscono i muri delle prigioni. Spazi ridotti in cui venivano ammassati dieci, quindici prigionieri, costretti a condividere respiri, odori e sofferenza.
Le celle umide e scure, ubicate sotto il Cortile del pozzo e precedute da angusti sotterranei, venivano illuminate esclusivamente da piccole fessure e feritoie, che consentivano un debole passaggio di luce. I depositi alimentari delle celle venivano, invece, illuminati dalle oliere, dove dentro ottantatrè giare di terracotta veniva, appunto, conservato l’olio. Il liquido costituiva, però, anche un’arma micidiale: veniva gettato bollente sui nemici dall’alto delle mura del Castello. Le scorte di grano venivano, inoltre, custodite in cinque silos, grandi fosse circolari con una capacità totale di 3700 quintali. L’acqua veniva, invece, conservata in delle cisterne, composte da tre vasche comunicanti che dovevano essere a tenuta stagna. All’epoca, l’acqua utilizzata, certamente quella del Tevere, passava dall’una all’altra vasca, attraversando dei filtri per la depurazione.
Il cigolìo dei catenacci e un affresco raffigurante un angelo caratterizzano la sala della Giustizia, un vero e proprio tribunale dell’inquisizione dove venivano lette le atroci sentenze e decise le sorti dei prigionieri. Gli innocenti venivano rilasciati e, attraverso un sotterraneo, potevano uscire dalla fortezza e tornare in libertà. I colpevoli venivano condotti nelle piccole celle attraverso un sottopassaggio e i condannati a morte venivano gettati in una botola profonda quaranta metri, dove nessuno poteva sperare di salvarsi. Le carceri hanno «ospitato» celebri reclusi tra cui il grande incisore e scultore fiorentino Benvenuto Cellini, che aveva tentato di evadere da una latrina esterna; Lucrezia e Beatrice Cenci, esponenti della nobile famiglia romana e i patrioti che durante il Risorgimento furono confinati nelle tremende prigioni, rei di aver congiurato contro lo Stato pontificio.