ENRICO DEL DEBBIO L’architetto scultore

A Roma una mostra dedicata al fautore del «ritorno all’ordine» che nelle sue opere modellava la visione futurista negli schemi della classicità

Quaranta e più anni fa, per le aule della splendida Facoltà di architettura in Valle Giulia a Roma che lui stesso aveva ideato e costruito negli anni Trenta, Enrico Del Debbio (1891-1973) era additato ai giovani come esempio da non seguire, esponente di una cultura di pessimo gusto, col bollo di «reazionaria» poiché compromessa col fascismo e la sua smania di «romanità», chiusura all’Europa, accademia, eccetera, eccetera, eccetera. Il dogma ostracistico, così riassunto, veniva trangugiato da ignari studenti senza capire che a spacciarlo erano in genere pallidi professorini, autori mediocri e imitatori di varie dottrine moderniste, funzionali e tardo-razionaliste, per non dire dei sociologi-urbanisti e degli adoranti in salsa italiana della architettura «organica».
In assenza di contraddittorio, in pieno «pregiudizio ideologico antifascista», non era però così facile capire che si trattava di una balla culturale dai fragili presupposti. E ci cascarono in parecchi, con tutti gli equivoci e i guasti conseguenti. Ci sarebbero voluti alcuni decenni per riconoscere, oggi, l’evidenza del fatto: Enrico Del Debbio è stato un maestro della architettura moderna ed un protagonista del dibattito sulle arti che impegnò la cultura italiana ed europea nel cruciale ventennio tra le due guerre mondiali.
Artista eccellente, disegnatore «magico» (nel senso bontempelliano), fautore di un ragionato «ritorno all’ordine» che modellava la visione futurista entro schemi e impianti di più che raffinata citazione classica, Del Debbio delineava la sua opera in un rapporto armonioso con la storia e la natura: così che l’ambiente ne risultava valorizzato in misura magistrale. Prova regina è il complesso del Foro Mussolini (oggi Foro Italico) che porta la sua firma per la centrale Accademia di Educazione Fisica e il mirabile Stadio dei Marmi, oltre a una serie di edifici per i quali resta solo il rammarico che non siano stati realizzati: il ponte sul Tevere, il Grande Stadio dei Centomila, e la piattaforma monumentale del «colosso» dal cospetto del Foro.
Al senso plastico, Del Debbio univa una speciale sensibilità per i materiali e i colori, così che le sue architetture hanno sempre un effetto di totale coinvolgimento visivo: geometria dei dettagli e dell’insieme, cura del particolare, studio accurato dei volumi e dello spazio, sono i tratti di uno stile inconfondibile per la «misura» equilibrata di classico e moderno. Autentico evocatore di Roma nella sua intima e ricca civiltà (altro che «retorica»!), l’architetto segnò meglio di altri l’immagine della «grande capitale» negli anni della dittatura: ma il valore della sua opera non è affatto riducibile alle circostanze in cui vide la luce. E che la sua riscoperta critica non sia solo un vezzo archeologico lo dimostra la commovente esposizione curata con acume e passione da Maria Luisa Mori alla Galleria nazionale d’Arte Moderna in Roma, per rendere omaggio all’artista indegnamente dimenticato («Enrico Del Debbio architetto. La misura della modernità», fino al 4 febbraio). Disegni, tempere, acquarelli, lastre fotografiche, planimetrie, plastici, elaborati di progetto ci consentono di leggere sessant’anni di lavoro dedicato alla edilizia pubblica e privata con la medesima partecipazione esecutiva.
Che sia per una casa cooperativa, una villa privata, una palazzina, un complesso monumentale, una Casa del Balilla, un impianto sportivo, o l’ex Palazzo Littorio alla Farnesina (oggi divenuto ministero degli Esteri), la mano di Del Debbio si riconosce per la dignità di «scultura» che egli conferisce ai suoi edifici, nel raccordo tra le parti e il tutto e un singolare effetto luminoso che alleggerisce la massa disegnando una sorta di finzione teatrale. Si spiega così l’innesto di motivi ornamentali, le citazioni greco-romane accanto a quelle rinascimentali, barocche e rococò, in una espressione sintetica di cui Del Debbio è maestro: perché non cede all’eclettismo di superficie e afferma la «misura italiana» della sua modernità, un «novecentismo» che dialoga con la storia ed evoca il «classico» immaginando forme ideali sottratte al tempo.
Sarà stato magari un caso. Ma non disturba affatto che accanto alla mostra del «redivivo» Enrico Del Debbio, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna ospiti in contemporanea anche una interessante esposizione dedicata al celebre austriaco Adolf Loos («Loos 1870-1933. Architettura, utilità e decoro», fino all’11 febbraio, vedi altro articolo in questa pagina) che fu come il Ludwig Wittgenstein della architettura e tra l’altro predicò di eliminare ogni «ornamento» dalla composizione («ornamento è delitto!», diceva). Il paragone tra due risposte tanto diverse tra loro diventa in questo modo assai utile, oltre che necessario. E si vedrà tra l’altro come Enrico Del Debbio, pur facendo tesoro della lezione del modernista Loos, abbia saputo superare lo sterile nichilismo estetico incapace di vedere nel fatto ornamentale nient’altro che «decorazione».
Se si pensa poi che c’è gente oggi in Italia disposta in buona fede a considerare lo scempio dell’Ara Pacis di Roma (grazie al post-modern architetto Meyer) come un’opera di qualità e «all’altezza dei tempi», si capisce quanto sia utile per tutti (anche per Meyer) la opposta lezione di Del Debbio, sintesi magistrale di creatività e senso della storia. Con i suoi preziosi materiali d’archivio sottratti alla polvere degli anni, la bella mostra di Roma non soltanto rende omaggio ad uno dei maggiori architetti italiani del ’900, ma invita anche a ripensare schemi che ancora gravano e pregiudicano l’esperienza estetica della attualità.